“Voglio mettermi alle spalle quel periodo della mia vita, - dice R. – quando esco mi dai una mano?” Impossibile rispondere di no, dopo aver visto negli occhi l’entusiasmo di chi ce la sta facendo. Nonostante tutto!
Ma se quella nave è diventata il simbolo del riscatto per R. lo è diventata anche per altri compagni di viaggio della comunità. Come per esempio E. che sta collaborando alla sua realizzazione, immaginandola libera in mare aperto così come sogna la sua nuova vita alla fine del periodo della comunità.
“E. qual è il tuo sogno?” chiede il volontario ad E. “Sogno una vita normale, con la mia famiglia, un lavoro onesto, degli amici veri, senza la droga, senza le “cappellate” che all’età di 46 anni mi hanno portato a vivere più della metà della mia vita tra il carcere e la comunità. Stare qui mi ha insegnato ad essere onesto, a rispettare le regole della società. Ho voglia di vivere finalmente di sani principi stando sempre nel giusto.” E. mostra con orgoglio il diario, i suoi pensieri e le realizzazioni scritte negli ultimi mesi, ripensando a come era, a come è oggi e a come ha deciso di essere domani. Sognando “solo” un domani normale.
Il sogno di una vita normale, non è niente di straordinario per chi non ha vissuto quella vita e non ha toccato con mano l’inferno, come questi ragazzi, ma diventa un sogno rivoluzionario per loro, impensabile fino a qualche mese fa ma realizzabile ora che iniziano a vedere luce, ben consapevoli che il cammino è ancora pieno di difficoltà e di insidie.
“Non esiste persona viva che non possa dar vita ad un nuovo inizio” scrive nell’ultimo capitolo del libro “La Via della Felicità” l’autore L. Ron Hubbard. Una frase che da mesi è scritta sulla lavagna della sala della comunità dove si tengono gli incontri. Non è un caso che nessuno l’abbia mai cancellata. È rimasta scritta lì, come simbolo di rinascita a vita nuova e di certezza che ce la faranno; lì come incentivo per guardare al domani con fiducia e voglia di vivere, normale.
© Riproduzione riservata