La visione di Giorgio Piras destinata a lasciare il segno


Villamar: case vuote, tante, troppe. Dall’impoverimento demografico creare nuove opportunità per chi arriva e per chi resta
La visione di Giorgio Piras destinata a lasciare il segno

Tra le tante testimonianze raccolte in questi anni dai nostri conterranei, quella di Giorgio Piras, scrittore e cantautore di Villamar, conosciuto artisticamente come Jonny Fuori, merita di essere condivisa pubblicamente. Il suo racconto possiede un valore culturale ed educativo profondo, capace di parlare non solo alla memoria collettiva, ma anche alle nuove generazioni. In un tempo in cui molti giovani faticano ad affezionarsi alla propria terra e a riconoscerne la ricchezza, la voce di Giorgio rappresenta un invito a riscoprire le radici, a riconoscere la dignità del lavoro, della creatività e dell’appartenenza. La sua esperienza personale diventa così un esempio concreto di come la cultura locale possa trasformarsi in energia viva, capace di ispirare, orientare e rafforzare il legame con il territorio. Leggendo la sua esperienza di vita, maturata in grandi città e metropoli, emerge con chiarezza quanto siamo fortunati ad essere nati in Sardegna: la bellezza del paesaggio, la qualità della vita, il valore umano e la dimensione naturale dell’isola rappresentano un patrimonio che altrove è ormai raro. Ma dalle sue parole emerge anche la fragilità della nostra terra, segnata da un fenomeno demografico che rischia di impoverirla sotto ogni profilo.

La testimonianza di Giorgio è in invito a riflettere. Nelle metropoli – come lui stesso racconta – si vive circondati da rumori, ferro, rotaie, cemento, robot, elettricità prodotta spesso da idrocarburi. In Sardegna, pur con tutte le difficoltà socio‑economiche, è ancora possibile godere di una vita più sostenibile, più umana, più a misura d’uomo. Ciò che rende il suo contributo davvero prezioso è la visione progettuale che propone per le aree rurali e per i piccoli comuni. La sua idea è semplice e potente: ripartire dalle case vuote, restituire loro una funzione, trasformarle in opportunità per far rivivere i centri interni. Una visione che si riassume in un concetto straordinariamente forte: creare nuove opportunità per chi arriva e per chi resta.

La proposta è concreta e innovativa: offrire alle aziende tecnologiche europee la possibilità di far lavorare i propri dipendenti in smart working nell’areale della Marmilla, immersi in un ambiente più sostenibile e più equilibrato. Un progetto capace di generare uno scambio virtuoso: “noi offriremmo qualità della vita, loro porterebbero nuova vitalità ai nostri territori. Un incontro tra esigenze diverse che potrebbe salvare loro – dalla pressione delle metropoli – e salvare noi – dal rischio di spopolamento”. Quando ascoltiamo sardi che non cedono al disfattismo, ma mettono in campo idee generose per un futuro migliore, abbiamo il dovere di apprezzarli, sostenerli e condividere le loro iniziative. Sono contributi preziosi, che nascono dall’amore per la propria terra e dalla volontà di immaginare un domani più giusto e più vitale per tutti. Mi spingo oltre: testimonianze come quella di Giorgio rappresentano molto più di un racconto personale. Sono semi di futuro. Gettano le basi per la formazione di una nuova classe dirigente locale, capace, consapevole e dotata di una visione lunga sui nostri comuni. Una classe dirigente che nasce dall’esperienza concreta, dalla conoscenza dei territori e dalla responsabilità verso le comunità. Indipendentemente dalle sensibilità politiche di ciascun cittadino, sarebbe giusto riconoscere il valore di queste voci e tenerne conto. Perché quando qualcuno offre idee, energie e prospettive per il bene collettivo, la comunità intera è chiamata a farle crescere. La testimonianza è un po’ lunghetta ma vi assicuro che ne vale la pena leggerla.

 

L’IDEA DI GIORGIO PIRAS

Ho viaggiato, ho vissuto lontano dalla mia terra, mi sono perso in città che non dormono mai. È stato un allenamento duro, una vera palestra che mi ha cambiato lo sguardo e il modo di stare al mondo. Quando vivi a migliaia di chilometri da casa, quando ti confronti con culture e abitudini nuove, quando impari a cavartela senza nessuno che conosci, allora inizi davvero a capire da dove vieni. È stato proprio viaggiando che ho compreso la fortuna che abbiamo: la bellezza, la qualità della vita, il valore umano e naturale della Sardegna. Più mi allontanavo, più la vedevo nitida. E ovunque andassi la domanda era sempre la stessa: “Ma cosa ci fai qui, se vieni da uno dei posti più belli al mondo?” Difficile dar loro torto. La Sardegna oggi è un nome che risuona ovunque: il mare, la natura, la salubrità degli alimenti, la qualità della vita, le Blue Zones, quei luoghi dove la longevità non è un miracolo ma la naturale conseguenza di uno stile di vita sano, comunitario, profondamente umano.

LA FRAGILITÀ NASCOSTA DIETRO LA BELLEZZA

Purtroppo ciò che il mondo non vede è la fragilità nascosta dietro tanta bellezza. Viviamo un paradosso evidente: da una parte un territorio che tutti ci invidiano, dall’altra una realtà sociale che lentamente si sta sgretolando. Nei piccoli comuni aumentano gli anziani, diminuiscono i giovani e i bambini sono sempre meno. I servizi si riducono, le opportunità anche. I ragazzi – quelli che dovrebbero rappresentare il futuro – spesso sono costretti a partire per costruirsi una vita altrove. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: case vuote, tante, troppe. Segni silenziosi di un impoverimento demografico che rischia di trasformarsi in un impoverimento umano, culturale ed economico.

Quelle case non sono solo muri. Erano il centro della vita rurale: cucine che profumavano di pane, cortili pieni di voci, stanze che custodivano tradizioni, riti, storie. Erano vive. Erano famiglia. Erano identità. Vederle vuote è come osservare un cuore che ha smesso di battere. E sì, mi è capitato di versare una lacrima davanti a una casa chiusa da vent’anni: non era solo una porta serrata, era un mondo che non c’era più. Ho vissuto anche l’opposto: metropoli da quindici milioni di abitanti. Lì le case sono scatole impilate, una sull’altra. Finestre che guardano altre finestre, spazi chiusi, niente cortili, niente giardini. Il cielo è un lusso, il silenzio un miraggio. Il tempo corre sempre, e tu devi correre con lui. In Sardegna, invece, ho visto un’altra cosa: la lentezza, quella che ti permette di respirare, di riconoscere i ritmi naturali, di sentire ancora il valore del tempo e delle relazioni.

Se è vero che il tempo è denaro, allora noi siamo ricchi. Ricchi davvero. Qui a Villamar puoi ancora vedere un cavallo libero, una pecora che attraversa la strada, un cane che dorme al sole. Piccoli gesti di normalità che altrove non esistono più. Nelle metropoli, invece, vedi ferro, rotaie, robot, elettricità. Si parla tanto di intelligenza – e ne ho viste di ogni tipo – ma qui non ne abbiamo poi così tanto bisogno. Qui la vita la sappiamo ancora gestire con le mani, con il tempo, con la comunità. E più viaggiavo, più mi rendevo conto di un’altra cosa: ciò che per noi è normalità, per altri è un sogno. Il mondo è stanco del caos, del cemento, della velocità. Sempre più persone cercano una vita lenta, semplice, sostenibile. Un giardino, un orto, un cielo pulito, animali liberi, comunità vere. Ed è proprio da qui che nasce la mia visione: riconoscere il valore di ciò che abbiamo e trasformarlo in una nuova opportunità per il futuro.

Via Roma

RIPARTIRE DALLE CASE VUOTE

Ripartire dalle case vuote. Dare loro una nuova vita. E, attraverso di esse, ridare una nuova vita ai piccoli paesi. La mia idea è semplice e allo stesso tempo ambiziosa: ripopolare i centri abitati, ricostruire comunità, tutelare il territorio, salvaguardare l’identità e creare nuove opportunità per chi arriva e per chi resta. Vorrei costruire un ponte tra chi cerca una vita migliore e quelle comunità che hanno bisogno di tornare a vivere. Oggi il lavoro viaggia attraverso internet: basta una connessione per essere operativi ovunque. Per questo immagino di offrire alle aziende la possibilità di mandare i propri lavoratori qui, in Sardegna, permettendo loro di lavorare in Smart working immersi in un ambiente sano, lento, rigenerante, lontano dal ritmo disumano delle metropoli.

UNO SCAMBIO VIRTUOSO PER UN FUTURO POSSIBILE

Loro salvano noi, noi salviamo loro. È uno scambio virtuoso. È un atto d’amore. Quello che propongo è un progetto di futuro, semplice nella sua essenza e profondo nelle sue conseguenze. In fondo, ciò che vorrei fare è questo: ridare vita ai luoghi che l’hanno persa e offrire al mondo la possibilità di ritrovarsi proprio qui, dove il tempo ha ancora un valore e la casa non è solo un edificio, ma un modo di vivere. La Sardegna – e in particolare i piccoli paesi dell’interno – può diventare un approdo per chi cerca equilibrio, lentezza, comunità. E allo stesso tempo può ritrovare energie nuove, persone nuove, storie nuove. È un incontro tra bisogni diversi che si completano: chi arriva trova ciò che altrove manca, chi resta ritrova ciò che rischiava di scomparire. Da questa idea nasce la mia proposta: trasformare il vuoto in opportunità, la fragilità in forza, l’abbandono in rinascita.

CONCLUSIONE

Giorgio Piras ha raccontato con sincerità le sue esperienze di vita e ha condiviso idee concrete per far rivivere i piccoli comuni che oggi rischiano di svuotarsi. Le competenze e la sensibilità maturate in luoghi lontani, a migliaia di chilometri da Villamar, gli hanno permesso di osservare la nostra realtà con uno sguardo più ampio e di proporre una visione lucida per lo sviluppo futuro di questi centri. Leggendo con attenzione la sua riflessione, ci accorgiamo che rappresenta una fonte preziosa, un patrimonio di pensieri e di esperienze dal quale attingere con gratitudine. La sua testimonianza non è solo un racconto personale: è un invito a credere nelle potenzialità delle nostre comunità e a costruire, insieme, un futuro possibile.

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