La città romana scomparsa di Villa Clara e il suo bosco sacro


di Gianpiero Mura
  Se cercate Villa Clara non la troverete, poiché non c'è alcuna carta stradale o geografica della Sardegna che la indichi. Poche sono le vestigia, mimetizzate nel paesaggio dai colori intensi che le circonda, rimaste a ricordare questa città in agro di Forru (Collinas), giacché anche per essa, purtroppo, si confanno le parole del celebre detto coniato per Tharros: “de sa cittad''eTharros, portant sa perda a carros”. Addirittura il sito dove sorgeva viene indicato come “Sa Costa de sa perda”, come se le pietre che componevano le sue case fossero una cava a buon mercato dove servirsi all'occorrenza. Triste destino davvero per questa città di fiorente agricoltura, allevamento e importante snodo strategico: soprattutto in autunno e in inverno, quando le piene del fiume Mogoro impaludavano la zona a nord di Aquae Neapolitanae (Santa Mariaquas), impedendo a convogli, cavalieri e uomini a piedi di procedere oltre. Se si aveva necessità di proseguire per Uselis, Forum Traiani, etc., si doveva seguire il Rio Mogoro - piene permettendolo - nei pressi dell'attuale chiesa di Santa Maria di Bonorcili, oppure procedere da quel sito in direzione Villa Clara e da qui proseguire, sempre in direzione Est, per un chilometro circa, per riagganciare la strada di collegamento Sardara-Forru-Gonnostramatza-Simala-Usellus. Il reperto più importante giunto intatto fino a noi è il frigidarium di una villa (in origine erano due), conosciuto come “Su 'Angiu”. Doveva essere sontuosa quella dimora con due vasche termali, il che porta a pensare che fosse appartenuta a un personaggio di rango molto elevato: Rutilius Taurus Aemilianus Palladius? (1). È' noto che l'ultimo autore di agronomia dell'antichità classica possedeva un latifondo nell'area di pertinenza territoriale di Neapolis (2) e che quella conca laterale del Campidano, protetta dai venti dal Pranu Manu, l'altipiano più grande di Forru, è tuttora un'area molto fertile. Inoltre, ancora una sessantina di anni fa, prima dei cambiamenti climatici, a pochissimi metri dalla vasca termale, un feracissimo tratto di terreno era adibito ad orto: era forse qui, nel giardino di questa prestigiosa villa confinante col bosco sacro, che Rutilius Taurus Aemilianus Palladius, coltivava i suoi tanto decantati cedri? Oltre al suddetto reperto e ad altri pochi rimasti, a parlarci di Villa Clara e del suo antico splendore è rimasto il bosco sacro: importantissimo questo, in quanto è l'unico sito di tutto quello che fu il Romano Impero, dove tuttora la gente conserva un timoroso rispetto per gli alberi consacrati ad una divinità. Nessuno, neppure il più miserabile, ha mai osato o oserebbe portar via da quel luogo un solo fuscello. Ancora oggi vengono rispettate rigorosamente le severe prescrizioni romane a tutela di un bosco sacro, così come sono descritte in un cippo custodito presso il Museo archeologico di Spoleto (Lex luci spoletina) (3): “Honce loucum - neque violatod - neque exvehito - neque exferto quod louci siet - neque cedito...” (Questo bosco sacro nessuno profani, né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga...).  Dalle parole iniziali risulta in modo molto evidente che non si poteva portar via dai boschi sacri neppure una foglia. Più avanti l'iscrizione, scritta in latino arcaico, elenca le pesanti sanzioni a carico dei trasgressori. C'è da chiedersi perché gli studiosi, se si eccettua in tempi recenti (2016) la campagna estiva condotta sul Pranu Mannu dagli archeologi dell'Institut für Klassische Archäologie-Antikensammlung diretto dal Dr. Martin Boß della FAU, Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg (Norimberga), non si siano mai interessati a questa città. Anche questi studiosi, tuttavia, si sono limitati a citarla, come si può desumere dal resoconto delle ricerche effettuate in situ: “...La frequentazione nella prima età cristiana è testimoniata dalla chiesa di Santa Maria Angiargia, nei pressi o in corrispondenza del sito romano di Villa Clara” (4). In passato, invece, ne aveva fatto menzione V. Angius nel “Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati si S. M. il re di Sardegna” (5), a pag. 768: “Forru... A piccola distanza dalla su descritta chiesa rurale (Santa Maria Bangiargia) è di tradizione sia esistito un villaggio, e fosse detto Villaclara. Veramente in quel sito si vedono tali vestigia che confermano l'asserzione, e in distanza 200 passi ordinarii verso mezzogiorno si scoprono non pochi antichi sepolcri con vasi lacrimatorii, lucerne, medaglie a vari altri oggetti, degni alcuni di essere conservati.” Jorge Aleo, invece, cita (6) con il nome di Angiaria, toponimo derivato da Santa Maria 'Angiargia, un “Insediamento romano e medioevale presso la chiesa di Santa Maria Angiargia, a chilometri 3.5 da Sardara”. Poco, troppo poco. Un intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano, Medio Campidano, Carbonia Iglesias e Ogliastra sarebbe quanto mai necessario. A detta degli anziani di Forru la città venne saccheggiata e distrutta, in tre riprese consecutive, dai “Morus” al comando di “Musetu” (Mujahid al-Amiri). Pertanto la data è verosimile sia compresa tra il 1015 e il 1016, periodo in cui altri centri abitati del golfo di Oristano furono saccheggiati da quel corsaro. Dopo il fallimento della conquista della Sardegna da parte del sanguinario “Musetu” (7), che, ricordiamolo, crocifiggeva i sardi come Cristo, le incursioni cessarono, per cui molti dei suoi abitanti vi si ristabilirono. Venne definitivamente abbandonata dopo i saccheggi avvenuti nel XVI secolo, quando giunsero “is Turcus” e “is Morus” al comando del famigerato Khayr al-Din, detto “Barbarossa”, nome anch'esso tristemente tramandato dagli anziani di Forru. Anche altri villaggi della zona subirono la stessa sorte nella prima metà di quel secolo, come testimonia un'iscrizione posta all'interno di quella che fu la parrocchiale intitolata a Santu Pabi (San Paolo) dell'adiacente villaggio scomparso di Sèrzela, in agro di Gonnostramatza: “El V de Arbili MDXV esti istada isfata sa vila de Uras de manu de Turcus e Morus effudi capitanu de Morus Barbarossa”. (1) Vissuto nel IV secolo, fu vir illustris, appartenente all'aristocrazia imperiale. Nella sua “Opus agricolturae” in 15 libri, di cui uno introduttivo e dodici che riproducono una sorta di calendario rurale (uno per ogni mese), le descrizioni sono estremamente precise ed efficaci, in quanto basate su esperienze personali. Fra queste quella antichissima nuragica della produzione di olio di lentisco e olivastro. (2) Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il periodo romano, Ed. Ilisso 1999. (3) Giovanni Pascucci, La lex sacra di Spoleto, in Spoletum, a.31-32, n. 34.35 (1990). (4) https://books.ub.uni-heidelberg.de/arthistoricum/reader/download/256/256-17-78024-11020170612.pdf (5) V. Angius G. Casalis, G. Maspero, Dizionario geografico storico-statistico-commerciale degli stati si S.M. Il re di Sardegna, 1833, pag. 768 (6) Jorge Aleo, Sucesos generales de la isla de Cerdeña, Cagliari, 1680. (7) Nel 1044 l'emiro viene scoperto da un sardo e, dopo essere stato riconosciuto, è decapitato. La sua testa, secondo gli storici pisani, è issata sull'albero di maestra dell'ammiraglia della flotta cristiana per essere poi gettata in mare in un punto lontano dalla costa africana (fonte: corsaridelmediterraneo.it/musetto/).  

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