Intervista a Don Ennio Matta


more
> A cura di Simone Muscas Don Ennio Matta è il parroco di Villamar dal 25 aprile scorso. Dopo le note vicissitudini che hanno coivolto il suo predecessore, è stato nominato dal vescovo della diocesi di Cagliari Arrigo Miglio in una situazione non certo facile per lui e per tutta la comunità villamarese. E con un compito certamente impegnativo: cercare di far riconquistare quella fiducia e serenità ad una popolazione che vanta da sempre una tradizione molto partecipativa alla vita ecclesiastica. Si presenta come una persona molto decisa, schietta, poco attenta all’estetica e molto alla sostanza. Dai suoi racconti è subito evidente che possegga una vasta esperienza di vita vissuta e abbia un grosso bagaglio culturale. Chi è don Ennio Matta? Mi contraddistinguono tre doni di Dio: l’accoglienza, l’espansività e l’allegria. Li posseggo perché li ho appresi dalla mia famiglia, economicamente agiata e umile allo stesso tempo. I miei genitori mi hanno insegnato cosa significhi l’unità di coppia e i valori di condivisione in famiglia. Il desiderio di diventar prete l’ho avuto sin da piccolo. Sono entrato nel 1960 in seminario; ho fatto alcuni anni a Cuglieri dopo la maturità e poi sono andato a Cagliari. A 24 anni sono stato ordinato sacerdote. Ho poi proseguito negli anni seguenti come vice parroco a Decimomannu, ancora da vice a Sanluri, quindi otto anni in Kenya. Nel 1989 sono rientrato in Sardegna come parroco a Nuraminis sino al 2000, trasferito a Senorbì sino al 2010, quindi a Segariu sino al 2015 ed ora qui a Villamar. La sua esperienza in Kenya è senza dubbio molto particolare. Cosa l’ha spinta ad intraprendere questa missione? Sin da giovane ho sempre partecipato ad iniziative missionarie quali la raccolta di carta e cartone, ma c’è stato un momento in cui l’idea di fare il parroco missionario si è lentamente trasformata in forte desiderio. Tutto ha avuto inizio quando, nel 1979, andai in Brasile a trovare una mia zia suora e successivamente alcuni sacerdoti cagliaritani che stavano al nord del Paese sudamericano. Nel corso di quel viaggio capìi l’abisso fra il nostro mondo così ovattato e quelle realtà così povere e distanti dalla nostra vita. Scattai diverse foto che conservai come diapositive e che, al mio ritorno, mostrai a tanti ragazzi. Nel rivedere quelle immagini, dove sono spesso evidenti le condizioni inumane in cui si trovano a dover vivere le persone, manca però un elemento importante che sono “gli odori di quei luoghi”. Nel Terzo Mondo, infatti, senti odori che puoi percepire soltanto lì, talmente intensi che sono capaci di prenderti allo stomaco. È stato quel mal di stomaco che mi ha dato la carica per diventare un parroco missionario. L’occasione mi si presentò quando monsignor Bonfiglioli fece un appello per sostituire un sacerdote che da tempo svolgeva attività in Kenya. Era la fine del 1979. Decisi di accettare. Prima però dovetti fare un percorso di preparazione che ho svolto inizialmente a Roma e poi in Inghilterra. Sono partito il 24 maggio 1981. Non conoscevo nulla della città in cui andavo, Nanyuki, una cittadina che all’epoca contava circa 23.000 abitanti e che oggi è almeno quattro volte più popolosa. Lì ho trovato un altro mondo e, al mio primo rientro dopo tre anni continuativi in Kenya, ho percepito un altro mondo qui. Oltre a Nanyuki operavo però in tutta la regione, un territorio grande quanto metà Sardegna; in quell’area vi erano 36 paesini più o meno della grandezza di Villamar. Qual è stata la cosa che l’ha colpita di più in Kenya? Qualcuno mi dice spesso: tu sai cos’è la povertà. Io rispondo: da noi esiste la povertà, ma laggiù, credetemi, c’è un’altra cosa ben peggiore che si chiama miseria. La miseria è quella cosa che ti da quel mal di stomaco di cui parlavo prima. Ciò che però più mi ha colpito è stata la semplicità della gente di quei luoghi e la collaborazione dei laici. Sono stati soprattutto questi ultimi a darmi una grossa mano. In quegli anni abbiamo fatto insieme numerose opere sociali: cappelle nuove in muratura in luoghi dove la muratura non esisteva affatto, progetti per la potabilizzazione dell’acqua, costruzione di diversi asili. Nei miei otto anni ho visto cose che mi hanno toccato il cuore: su tutte i tre periodi di siccità durante i quali era frequente trovare animali morti per strada. Ha detto una cosa che mi ha colpito molto: “quando sono tornato qua ho visto un mondo completamente diverso”. Più stai lì e meno riesci ad inserirti qui. Mi trovavo di fronte ad un bivio: scegliere di stare lì tutta la vita o tornare qui. Dopo nove anni ho scelto di rientrare in Sardegna a causa di una malattia che mi aveva colpito. Ho pensato: questo è un segno di Dio che mi chiede di rientrare nella mia terra natìa per continuare a svolgere la mia missione. Ci ho messo quattro anni prima di capire nuovamente le dinamiche di questo mondo, non è stato per nulla semplice. Quell’esperienza ha avuto un grande significato: mi ha infatti aiutato a vedere il positivo nelle persone. Papa Francesco lancia spesso messaggi sulla sobrietà della chiesa. Li condivide? Condivido in pieno questi messaggi. Purtroppo la nostra è una società che negli anni si è “ingrossata” e “ingrassata”. Tanti preti, come del resto molti fedeli, si sono accodati a questo andazzo. Condivido in pieno perché sono convinto che, se si vuole davvero essere cristiani, occorre essere innanzitutto sobri. E voglio aggiungere: se anche si gestisce del denaro dobbiamo ricordarci che i soldi si chiamano “liquidi” non a caso: non devono rimanerti in mano ed anzi devono andare a chi ne ha più bisogno. Cos’è per lei la sobrietà? Essere sobri non significa necessariamente vivere da barboni. Per fare un esempio posso dirle che sono dell’idea che anche un parroco, come chiunque, abbia il diritto di vivere in una casa dignitosa. Ho sempre abitato nelle case parrocchiali e le ho “trattate” come se fossero beni di mia proprietà, spesso rimettendoci anche dei soldi. Fra i miei progetti c’è quello di accogliere nella casa parrocchiale di Villamar delle persone che provengono dal Terzo Mondo. Se Dio mi darà la forza di farlo, la mia casa parrocchiale potrà diventare luogo di accoglienza per persone del Terzo Mondo. Quindi credo che la sobrietà sia questo: cercare di vivere dignitosamente senza sfarzo, mettendo a disposizione ciò che si ha per migliorare le condizioni di chi sta peggio. Posso anche dire: mi disturbano quei miei confratelli sacerdoti che tengono troppo all’apparenza e vivono nello sfarzo. Io non uso la sottana non perché voglia apparire come un diverso o un ribelle, quanto perché si tratta di un abito scomodo che non mi permette di muovermi bene per servire gli altri sporcandomi le mani. All’arrivo di don Sergio prima e di don Giancarlo poi molti ricordano che il paese venne tappezzato di bandierine e addobbi di benvenuto. Al suo arrivo il clima è stato decisamente meno festoso, anche per ciò che era recentemente successo. Qual è stato il suo impatto con Villamar? Psicologicamente è stato un impatto tremendo. Anche per la comunità intera non è stato un momento semplice. Quando sono arrivato qui, non mi vergogno di dirlo, anch’io avevo il cuore in gola. Mi sono chiesto: e ora cosa faccio? Da dove riparto? Poi dopo un po’ di riflessione ho avuto la risposta che cercavo: non dovevo fare alcun gioco di magia, semplicemente avrei dovuto continuare ad essere quello che sono sempre stato. Ho fatto quindi le mie scelte: ho cercato di essere aperto verso tutti, di conoscere le persone del posto, di star vicino alle famiglie nel momento in cui veniva a mancare un proprio caro oppure fare gli auguri alle famiglie in cui nasceva un bambino. In parole povere sono ripartito dalle cose semplici e comuni, che rappresentano in sostanza il mio modo di essere. Anche io ho i miei difetti non lo nego, spesso infatti sono frettoloso e una “ruspa”, ma ritengo che negli anni abbia acquisito sempre maggiore sensibilità e qualcuno questo lo sta capendo. Crede si possa fare qualcosa in più per riavvicinare i fedeli alla chiesa? Dobbiamo ripartire, sia io come parroco ma anche tutti i fedeli, da un concetto molto semplice: l’umanità. In quest’intervista abbiamo parlato del Kenya; ecco, quello deve essere un insegnamento per tutti. Se leggiamo il vangelo possiamo vedere che Gesù ha perdonato tutti: i ladri, le prostitute, gli imbroglioni. Gli unici che non hanno accettato il suo perdono sa chi sono stati? No lo so, me lo dica. Sono stati i Farisei, ovvero quelli che utilizzavano la propria devozione per arricchirsi e opprimere gli altri. Perché dico questo. Tutti noi, io come parroco e i fedeli, non dobbiamo avere paura di mostrare le nostre fragilità umane e vergognarci per ciò che siamo. Per riassumere dico che dobbiamo tenere a mente tre cose: l’umiltà, la sobrietà e la vera fede; con questi tre ingredienti credo che possiamo ridare fiducia ad una comunità bella e di grande tradizione ecclesiastica come quella villamarese. Ha in mente qualche progetto concreto? Sì. Vorrei aprire un oratorio. Per farlo però ho bisogno di almeno cinque giovani e quattro adulti che collaborino con me. Io, l’avrà capito, sono abbastanza franco, per questo lancio un appello senza molti giri di parole: se qualcuno vuole sposare questo mio progetto sappia che deve essere una persona capace di “tirare” e non di dover “essere tirata”. 01fo- Villamar don ennio matta chiaro

© Riproduzione riservata