Ancora poche settimane e finalmente (si spera) gli alunni, i docenti e il personale Ata potranno tornare a scuola? Ma come e in che modo? Al di là dei proclami il futuro si presenta ancora carico di nubi anche perché non è chiaro se il tempo pieno alle elementari e alla scuola dell’infanzia sarà attivato e se gli alunni potranno consumare il proprio pasto a scuola come accadeva in passato. Regna l’incertezza per le famiglie, per gli studenti e per le imprese che hanno sempre garantito il servizio mensa nei diversi Comuni del Medio Campidano e della Marmilla.
C’è il rischio che la scuola venga equiparata a un rapporto di “smart working” (lavoro intelligente). Ma è chiaro che non basta internet o il computer a casa (quando è disponibile) per fare scuola intesa come comunità di apprendimento e luogo di relazione che va al di là del periodo di isolamento che gli studenti e le famiglie hanno vissuto dall’inizio di marzo per tre mesi. Una situazione di estrema necessità e per questo motivo bisogna stare attenti ai facili proclami nella speranza che ora la scuola possa ripartire in presenza e in condizioni di sicurezza per tutti.
La vera scuola deve essere inclusiva e un semplice pc non può sostituire il rapporto che si crea in classe tra studenti e insegnanti. E gli ultimi? Pensiamo a quanti ragazzi con problemi di apprendimento (Dsa, disabili, ecc) e di bisogni educativi speciali si sono persi in questi mesi. Pensiamo anche al caso dei bambini che abitano magari in una casa di campagna senza un’adeguata copertura di rete.
SCUOLA IN PRESENZA
È meglio andare al di là dei facili trionfalismi e gli amministratori locali, intercomunali e regionali devono lavorare per ricostruire una scuola in presenza. Quanti spazi scolastici potrebbero essere messi in sicurezza nei Comuni della Marmilla e del Medio Campidano? Non facile risposta. Come non è semplice far capire ai bambini perché non si rientra a scuola se si può giocare a calcio e a calcetto con gli amici. E anche le discoteche nel nome del dio denaro sono rimaste aperte nonostante i tanti contagi che si sono verificati a partire dal caso di Carloforte.
ABBANDONO DEGLI STUDI
Non vanno dimenticati gli ultimi: a seguito di questa pandemia, rischia di aggravarsi ulteriormente il divario di competenze e opportunità future tra i ragazzi più forti e attrezzati e quelli più fragili e deboli. La Sardegna rischia molto di più di altre regioni italiane perché, già prima dell’emergenza attuale, il problema dell’abbandono scolastico presentava numeri molto preoccupanti. Nel Medio Campidano il tasso di dispersione scolastica arriva in alcuni casi quasi al 50 per cento. In altre parole uno studente su due si perde per strada.
LE TESTIMONIANZE
Sono tante le aspettative come ricorda Luca Vaccargiu, un genitore di San Gavino Monreale che per anni è stato presidente del consiglio di istituto e ricorda come la scuola debba essere una priorità: «E per continuare a essere tale deve necessariamente ripartire più o meno come al solito. Il prossimo non sarà un anno scolastico qualsiasi giacché un anno che viene dopo un periodo drammatico di chiusura delle scuole, in cui milioni di studenti e docenti sono stati costretti a restare a casa per oltre tre mesi, lavorando in modo eccezionale nonostante le varie difficoltà riscontrate e affrontate con la didattica a distanza». «Sappiamo tutti», aggiunge Luca Vaccargiu, «che purtroppo i lunghi periodi di inattività scolastica hanno comportato una certa caduta degli apprendimenti in particolar modo per chi le difficoltà le deve affrontare normalmente, pertanto a maggior ragione, pur nel pieno rispetto delle misure di contenimento, si spera che la scuola possa ripartire proseguendo ad essere un'indispensabile istituzione destinata all'educazione e all'istruzione dei nostri studenti. Semplicemente perché la scuola è Vita».
Racconta la sua esperienza di mamma e insegnante Liliana Cinus di San Gavino Monreale: «In questo periodo di didattica a distanza ho dovuto faticare di più perché ho dovuto conciliare sia il lavoro di mamma di tre bambini sia quello di insegnante, ma la cosa che ha più interferito è stata la mancanza di mio marito che è rimasto fuori per lavoro da marzo fino al 12 giugno. Ho cercato di mettere insieme le forze e le energie per portare avanti tutto». «Nella mia scuola», precisa Liliana Cinus, «abbiamo avuto libertà di scelta, come insegnante di sostegno mi sono accorta che i miei due alunni avevano l’esigenza di vedersi con gli altri compagni. Ho cercato di far sentir loro meno la distanza lavorando sulle loro emozioni. Ho dovuto gestire tutto da sola». «La didattica a distanza», conclude Liliana Cinus, «mi ha arricchito, come insegnante e mamma. In questa situazione di emergenza sia gli adulti sia i bambini sono stati costretti a fermarsi e a riflettere. I miei alunni non vedevano l’ora di collegarsi su Skype, anche ora ho cercato di continuare questo percorso. Non sono stati mesi di blocco, ma di trasformazione. Ci auguriamo di tornare in aula in presenza, sono molto fiduciosa e positiva. Da mamma e da insegnante dico che dobbiamo proteggere i bambini. Dobbiamo trasformare le emozioni negative in pensieri positivi. I bambini hanno grande capacità di adattamento e si lasciano guidare da noi. Secondo me andrà tutto bene».
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