Antioco Floris[/caption]
Floris, aldilà del suo punto di vista da studioso e anche da cineasta (ha fondato il Celcam, giusto per dirne una), non solo ri-analizza il film, ma aggiunge una miriade di notizie che quasi nessuno sapeva.
Anni fa, quando si occupava, per lavoro, di Orgosolo, venne contattato da De Seta. Il regista non avrebbe voluto andarsene senza svelare i suoi segreti. La nascita del film è preceduta da due corti, apripista al lungometraggio di qualche anno dopo. Nel libro emergono gli appunti presi sul set dal regista meridionale. Appunti scansionati e pubblicati in “Banditi a Orgosolo - Il film di Vittorio De Seta” Rubbettino editore. Un lavoro corposo, ricco, pieno di memorie.
Memorie di un regista e di un popolo: quello sardo. Che poi era anche il suo. De Seta un po’ come Gigi Riva e Fabrizio De André, per certi versi più sardi di noi.
Nelle oltre duecento pagine, Floris, tra sceneggiatura originale, foto di scena e di set, ripercorre a ritroso il lavoro del genio siciliano. Il 1961 arriva dopo quindici anni dalla nascita del neorealismo, ma siamo sempre, con alcuni distinguo, su quella lunghezza d’onda. Uno in particolare: si parla della Sardegna, sentiero non battuto dai registi e dai produttori, perché di scarso interesse per il botteghino. Fellini non investì un centesimo. Curioso, no? Ben poco lungimirante. Tra libro e presentazioni, Floris è in giro per l’isola, si sussegue una carrellata di diamanti finiti.
Il De Seta che dorme negli ovili per farsi amica la popolazione. Mangia e beve con loro. I protagonisti, presi dalla strada, sono succubi della troupe. Così vengono mandati a casa. Troppa gente intimorisce i protagonisti. Così, racconta Antioco Floris, il regista rimane con altre due persone. Che parlano poco, come i protagonisti. De Seta lascia liberi gli attori del Supramonte e verga su un quaderno i loro dialoghi. In base ai pochi movimenti delle labbra, costruisce gli scarni ma efficaci SCAMBI DI PAROLE. Bocciata l’idea di usare il sardo e ricorrere ai sottotitoli, via libera all’italiano. E poi spazio ai doppiatori, tra i quali un giovane Gian Maria Volontè, ancora lontano, ma per poco, dai set cinematografici. Floris e Rubbettino investono in cultura, per meglio dire fanno un regalo alla cultura stessa. Un libro che costa 18 euro, giusto per recuperare le spese vive. Operazione encomiabile. Floris che da ragazzino faceva il bandito per gioco coi suoi coetanei, nelle strade di Busachi, prima di scendere a Cagliari e intraprendere un lungo percorso che lo porterà a diventare un punto di riferimento per la cinematografia sarda, rimane quello di ieri. Attento, sensibile, generoso.
In fin dei conti è rimasto un bandito, che continua per la sua strada, ora tutta in discesa. Un parallelismo con gli eroi (?!?) orgolesi? Lontano da illogiche di mercato, guerriero non solo da celluloide. Anche se lui non è un divo. Probabilmente, lasciamo un margine dove far assopire un risicato dubbio, solo lui poteva scrivere questo libro. Un uomo dell’interno, Busachi, Barigadu, paese molto vicino al lago Omodeo, coglie appieno i vizi e le virtù dei suoi conterranei più stretti. Se Floris, anziché nel 1963, fosse nato almeno venti anni prima, avrebbe avuto buone possibilità di finire dentro il film. E in qualche modo c’è finito. Svelare i segreti del libro? Vi piacerebbe se, andando al cinema, uno vi raccontasse il finale?
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