Non è facile per i ragazzi delle comunità di recupero immaginare la vita che si presenterà loro quando, dopo la disintossicazione e l’espiazione della pena, si troveranno ad affrontare la vita fuori dalla protezione delle mura della comunità. La paura di dover ritornare nell’ambiente che li ha travolti, costringendoli a vivere una vita di immoralità, degrado sociale, illegalità, malaffare, spaccio, paura e prepotenza contemporaneamente, li fa sentire fragili e quasi indifesi. Si, perché quella è la vita che assicura a tutti il mondo della droga. Dall’arroganza che in molti traspare nel modo di proporsi, ostentandola come una corazza di protezione, emerge tutta la loro fragilità e la paura di non riuscire a farcela una volta che saranno fuori.
“Non voglio neanche immaginare di poter sperimentare nuovamente quella vita – è la drammatica confessione di G. L., ospite in una comunità di recupero nel sud Sardegna. Mi coricavo la notte sperando di non risvegliarmi l’indomani, tanto ero caduto in basso. Droga, alcool e prostitute mi hanno abbruttito a tal punto che non osavo guardarmi allo specchio. Evitavo d’incontrare i miei genitori e i familiari, perché mi vergognavo. Loro sono persone perbene”.
È solo una delle decine di testimonianze fatte dai ragazzi ospiti in una delle comunità di recupero per carcerati e tossicodipendenti dove, da qualche mese, i volontari della Fondazione “La Via della Felicità” stanno portando il messaggio di speranza e fiducia contenuto nel libro omonimo scritto dal filosofo e umanitario L. Ron Hubbard. La partecipazione sempre numerosa e interessata da parte dei ragazzi è un segnale che il messaggio sta facendo breccia e che, anche vite segnate come le loro, possono essere rimesse in carreggiata, se in primo luogo ci si prende responsabilità e contemporaneamente si assume la decisione di cambiare direzione mettendo uno scopo alto ed etico da raggiungere nella vita.