La situazione di emergenza che stiamo vivendo negli ultimi mesi e della quale non possiamo ancora prevedere una fine, dettata dalla poca prevedibilità della pandemia del Covid-19, ci ha fatto scoprire che nessuno è immune alla discriminazione, fondamentalmente quando è alimentata dalla paura o, peggio, dal panico. [caption id="attachment_67451" align="alignleft" width="379"]
Desiderio Segundo[/caption]
Il Covid-19, infatti, non solo rappresenta una minaccia per il collasso dei sistemi sanitari di tutte le nazioni, ma mina anche la forza dei nostri sistemi democratici, sociali, di giustizia, economici, arrivando a ledere gli stessi diritti umani.
All’inizio di quella che ancora veniva chiamata epidemia da coronavirus, quando la crescita dei casi era allarmante, ma circoscritta solo alla Cina o nel continente asiatico, un possibile contagio anche in Italia non sembrava preoccuparci, se non quando veniva usato per dar sfogo ad atti di razzismo regresso e di intolleranza becera e vigliacca. La comunità cinese e molte persone che venivano identificate come tali, sono state discriminate, oltraggiate, disprezzate in ogni forma.
In un attimo, però, in pochissimi giorni, la nostra sicurezza è stata invece rapidamente distrutta, quando anche in Italia, alla fine di febbraio, sono stati confermati i primi casi di Covid-19, non direttamente relazionati a viaggi in Cina o a contatti con l’Asia. Chissà, forse pensavamo di esserne immuni, forse non pensavamo di essere i primi in Europa, sicuri che bloccando i voli diretti de e per la Cina eravamo al sicuro, un passo avanti.
E invece il virus è entrato per altre vie, diffondendosi silenziosa e rapidamente, esplodendo poi in maniera incontrollabile nel giro di pochi giorni e facendo quasi rischiare il collasso del Sistema Sanitario Pubblico, già fortemente indebolito e smembrato da anni di tagli ai fondi. In un giorno siamo diventati noi “gli altri”, “loro”, quelli che “devono restare a casa”. Siamo diventanti noi i non-benvenuti, le persone non gradite, spesso anche all’interno del nostro stesso territorio e contesto. Basti pensare per esempio agli insulti ai cittadini che dal nord rientravano al sud subito dopo l’estensione delle misure restrittive a tutta l’Italia.
In queste settimane, infatti, molte persone influenti e competenti in diversi ambiti hanno cercato di consigliarci, focalizzando sull’importanza del restare uniti, giacché in una pandemia “siamo tutti sulla stessa barca” (Burioni) e quindi “dobbiamo tutti remare sulla stessa direzione” (Papa Francesco) per poterci salvare. Il bene comune, noi stessi, la nostra vita e esistenza come esseri umani, devono essere una priorità per tutti, in modo che possiamo proteggerci l’un l’altro e insieme riuscire a controllare e sopraffare il virus.
Questo particolare momento può essere anche considerato come una grande prova per la stessa umanità, una prova sulla nostra capacità di essere uniti in quanto uomini, indipendentemente dalla provenienza, radici, tratti somatici, lingua o colore, per combattere un solo nemico. Noi abbiamo l’opportunità di riscoprire e rafforzare la solidarietà e il senso di comunità, del “noi” attraverso l’ ”io”.
In questo senso, Il Governo italiano infatti è stato il primo paese democratico e occidentale a dover gestire un’emergenza nazionale repentina e ampia e a dover valutare e gestire la protezione della salute pubblica nazionale e il rispetto delle libertà i diritti individuali. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra, un Governo democratico ha dovuto mettere in pratica misure che limitassero considerevolmente e repentinamente le libertà di movimento, aggregazione, incontro e relazione tra le persone, andando incontro a possibili negative conseguenze economiche sociali e psicologiche.
Nonostante questa esperienza italiana, non tutti hanno seguito questa strada. Alcuni leader hanno invece approfittato rapidamente di questa emergenza per allargare e ampliare il proprio potere, prolungarsi il loro mandato o assumendo “pieni poteri”, contro qualsiasi legge o accordo internazionale. Altri hanno invece scelto di ignorare il pericolo e gli avvertimenti degli esperti, mettendo in rischio vite umane, soltanto per paura di trovarsi scoperto dell’appoggio della lobby economica.
Attualmente invece, seppur dopo aver sacrificato inutilmente vite umane e collassato il sistema sanitario e anche con tanti errori da corregger, sempre più paesi si sono allineati alla linea scelta dall’Italia, parlando di modello italiano per il contrasto alla diffusione del virus.
E noi in questo momento, come popolo e come cittadini, dobbiamo mostrarci alla altezza, mostrarci uniti più che mai, perché siamo noi il camino da seguire, quello con lo spirito di solidarietà umana più forte, quello la cui democrazia è stata usata come forza di propulsione per la protezione degli altri, quello di uno stato di diritto che rispetta i diritti umani, ma che ha anche rispetto, attraverso le misure restrittive, per chi si deve confrontare ogni giorno con questa pandemia, affinché non sia costretto a decidere su chi salvare.
È il momento di far emergere l’Italia migliore, quella che tutela la vita umana, rispetta i valori della umanità e dei diritti delle persone. Certamente, non sarà facile per nessuna nazione colpita dal Covid-19, adottare un modello simile. Come è stato duro per noi stravolgere improvvisamente le nostre abitudini, la nostra quotidianità, il nostro stile di vita, lo sarà anche per gli altri.
Lo sforzo di un’intera nazione a favore dei più vulnerabili aiuta a proteggere il più grande patrimonio culturale che un popolo ha: la sua memoria attraverso i nostri anziani. Un detto africano dice: Con la scomparsa di un anziano si perde una biblioteca.
Un popolo senza cultura e senza memoria è un popolo senza identità ed è facilmente assoggettabile e destinato a soccombere. Questo a noi non accadrà.
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