Guspini, una chiesa dedicata a Santa Barbara


Dell’edificio romano restano tracce eloquenti, che per secoli sono rimasti senza volto e senza luogo
Guspini, una chiesa dedicata a Santa Barbara

Nel territorio di Guspini, dove il filone metallifero di Montevecchio affiora, si inabissa e riemerge come un respiro della terra, la storia delle miniere non comincia nell’Ottocento. È molto più antica.

È una storia che si legge nella pietra, nei resti di un tempio romano, nelle tracce di una cava, in una lapide paleocristiana e in una chiesa dedicata a Santa Barbara che, per secoli, è rimasta senza volto e senza luogo.

A ricordarne l’esistenza fu Francesco Cesare Casula, professore di Storia Medievale all’Università di Cagliari. In una sua nota scrisse: “Costruita a Guspini, nel cagliaritano. Di essa non si hanno notizie storiche documentate”. Per decenni quella frase è rimasta un enigma. Oggi, grazie alla ricerca storico‑archeologica, condotta sul colle di San Nicolò, quella chiesa è stata finalmente localizzata e riconosciuta come il primo luogo di culto minerario dedicato a Santa Barbara.

Il lungo filone di Montevecchio nasce in regione Sciria e corre verso sud‑ovest per dodici chilometri, fino a Genna de Mari. A nord‑est, dopo essersi inabissato sotto la montagna scistosa di Su Montixeddu, riaffiora proprio a Guspini. È qui che, già in età romana, venne sfruttato insieme alle cave di calcare e di argille che circondavano l’abitato. Da questo rapporto strettissimo con la roccia nasce anche il nome del paese: Guspini da cus/cuspides, “luogo delle punte”. Il toponimo non è un’astrazione linguistica: a meridione del colle calcareo, dove il filone di Sciria riemergeva, le escavazioni richiedevano arnesi da punta, prodotti nelle numerose fucine dell’antico abitato.

Nel 1920 il guspinese Francesco Lampis censì queste officine e condivise i risultati con il soprintendente Antonio Taramelli, consegnandogli anche blocchi di litargirio, il residuo della copellazione dell’argento. Una testimonianza concreta della continuità metallurgica del territorio.

Il colle su cui oggi sorge il duomo di San Nicolò era, in età romana, un rilievo isolato dal rio Mengas e affacciato sul guado del Barigau, punto di passaggio obbligato lungo la Tibula Sulci, la strada che collegava l’interno minerario al sistema costiero.

Qui sorse un tempio orientato a levante, probabilmente un templum in antis, semplice e riconoscibile. Le sue dimensioni - circa 7 metri di fronte per 14 di lunghezza - lo collocano tra i piccoli santuari protettivi che Roma erigeva nelle aree di lavoro e lungo le vie minori.

La cava sul retro del colle forniva la pietra per la calce idrata, mentre il tempio vegliava sul transito dei viandanti e sul lavoro dei cavatori.

Dell’edificio romano restano tracce eloquenti: la trabeazione con tre roselle, oggi murata nella cappella orientale del duomo; tre capitelli tardoantichi, due inglobati nell’altare maggiore e uno posto sotto la statua di San Nicolò; murature romane nella seconda cappella a destra.

Le roselle, simboli solari, richiamano un culto protettivo legato ai passaggi e al lavoro della terra.

Sul retro del colle, nelle cavità lasciate dalla cava, tra IV e VI secolo si svilupparono tre catacombe paleocristiane. Da una di esse proviene la lapide con il serpente spiraliforme e il ramo d’ulivo, un messaggio di rinascita e salvezza tipico delle comunità cristiane legate al mondo minerario e ai condannati ad metalla.

Tra tardoantico e alto medioevo, il tempio venne trasformato in un luogo di culto cristiano.

I tre capitelli furono probabilmente riutilizzati per creare due nicchie sul fondo dell’aula, con un piccolo altare sul fronte. Non si trattava di un altare eucaristico - i primi cristiani non celebravano nei templi pagani - ma di una mensa memoriale, legata alla preghiera e alla commemorazione dei defunti. Le due nicchie, dove oggi troveremmo statue di santi, potevano comunicare ai presenti il dualismo escatologico caro alle comunità cristiane delle origini: da un lato la condizione umana, la prova, la morte; dall’altro la salvezza, la resurrezione, la vita eterna. Una teologia scolpita nella pietra, perfettamente coerente con un luogo nato come cava, poi tempio, poi catacomba.

La comunità non cancellò il passato: lo trasformò, lo reinterpretò, lo fece proprio. Ed è qui che la nota di Casula trova finalmente il suo luogo: la chiesa di Santa Barbara esisteva davvero, ed era mineraria fin dalle origini.

L’edificio medievale venne rimaneggiato, reintitolato, demolito e ricostruito fino a diventare il duomo attuale. Eppure, sotto le sue cappelle, sopravvive ancora il profilo del primo tempio minerario del territorio. Un tempio che guardava i viandanti. Un tempio che proteggeva chi lavorava la roccia. Un tempio che, trasformato, continua a vivere nella devozione di una comunità che non ha mai smesso di dialogare con il proprio sottosuolo,

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