Guspini: presentato il libro di Patrizia Cadau “Volevate il silenzio, avete la mia voce”


"Non bisogna assolutamente vergognarsi di chiedere aiuto perché la colpa della violenza è del violento non della vittima"

di Maurizio Onidi
Nella biblioteca comunale “Sergio Atzeni”, venerdì 23 gennaio è stato presentato il libro di Patrizia Cadau “Volevate il silenzio, avete la mia voce”, cronache dal multiverso della violenza, di una sopravvissuta che non sta zitta. Organizzato dall’associazione XconoscereXfare, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Monte Linas, l’iniziativa mira alla sensibilizzazione sui temi riguardanti la condizione femminile. «L’impegno contro la violenza sulle donne, in particolare, è costante, con eventi che vanno oltre le date consacrate.  “Volevate il silenzio, avete la mia voce”, di Patrizia Cadau, non un libro, ma “un pugno nello stomaco” così come definito dalla stessa autrice. La vicenda di Patrizia Cadau iniziata nel 2012, ma ancora attuale per gli interminabili strascichi giudiziari, racconta di una donna sopravvissuta ad anni di violenza domestica, subita insieme ai suoi due figli. Una donna che ha trovato la forza di dire basta a uno stato di oppressione e mortificazione e di parlare, denunciare, accollandosi e affrontando il rischio di perdere i figli, la diffidenza e la solitudine e, talvolta, il sarcasmo e il disprezzo più o meno aperto di conoscenti e amici» dichiarava qualche giorno prima dell’evento Clelia Atzori, presidente dell’associazione XconoscereXfare. Il libro, presentato dalla stessa autrice che ha dialogato con Francesca Marras, coordinatrice del Centro Antiviolenza Donna Eleonora di Oristano e con l’avvocata Francesca Spanu del CAV Feminas, Medio Campidano ha visto la partecipazione di un folto pubblico che ha affollato la piccola sala della biblioteca comunale. Patrizia Cadau ha rilasciato un'intervista al nostro giornale Dopo un lungo periodo di sofferenza, è maturata la decisione che fosse giunto il momento di porre fine a tutto ciò. Come descriverebbe questo percorso? «Ho preso coscienza di essere in qualche modo privilegiata, di avere il privilegio di poter parlare, di poter dire. Credo che chiunque abbia un privilegio, di qualsiasi sorta sia questo privilegio, sia moralmente tenuto a condividerlo, a metterlo a servizio di chi quel privilegio non ce l'ha. Ora io, per varie ragioni magari sono un po'più comunicativa ho più familiarità con la parola anche scritta e quindi questo ha reso più facile questo percorso. Questa diciamo è la premessa. Mi sono anche resa conto che la parola libera dà molto fastidio alla violenza perché nel silenzio, in questo continuare a chiedere alle vittime di stare zitte, di ridimensionare la loro vicenda, di nasconderla perché c'è la vergogna la colpa di questo e di quello. Ecco in questo in questo territorio in cui alla vittima viene preteso il silenzio ecco allora lì bisogna parlare. Io ne sono assolutamente testimone perché vedevo gli effetti della parola anche in tribunale ma ancora prima attraverso i miei canali social. Raccontavo e mi raccontavo come vittima di violenza e questa è una cosa che veniva percepita quasi come lesa maestà. In conclusione, arriviamo alla fine di questa pretesa del silenzio e lo Stato stesso che poi chiede il silenzio tant'è che io al di là di questo libro sono stata querelata per diffamazione perché con la mia testimonianza pubblica ho leso e offeso la reputazione e l'onore del violento condannato. Quindi è lo Stato che addirittura si scomoda per farmi un processo e per dirmi che quella testimonianza ha offeso un violento condannato. Un po’ come dire che le pazienti oncologiche non possono parlare di cancro, fare sensibilizzazione, terapia e tutte queste cose qua, perché se no il cancro si risente. Questo accade costantemente a tutte le vittime di violenza e questa intimidazione dello Stato è un sintomo molto forte di un silenzio che viene richiesto dalla società e che non può più essere richiesto. Proprio con l'inizio del primo processo penale mi sono accorta che arrivare in tribunale con la forza di altre persone questa richiesta ossessiva della controparte che chiedeva appunto il silenzio. Ho detto beh insomma qui intanto non sono da sola, ci sono delle persone e questo è importante perché è anche nell'isolamento che la violenza si rigenera ma poi do così fastidio? faccio così paura? allora vorrà dire che parlerò ancora di più. Questo mi ha dato modo di seguire tutte le evoluzioni attraverso i miei canali e poi di farne un progetto editoriale. Ho avuto semplicemente il rispetto di attendere che alcune cose si definissero processualmente, non perché io non sapessi dove stava la colpevolezza o l'innocenza». Ha ancora paura e cosa vorrebbe dire a chi si trova a vivere una situazione del tipo di quella che lei ha vissuto? «Non posso dire che non si può avere paura perché la paura è necessaria, però bisogna chiedere aiuto. Intanto bisogna affidarsi a un centro antiviolenza, a un amico o a un'amica più sensibile. Quello che non si deve assolutamente fare è pensare che i violenti si rassegnino, che davanti alla nostra rassegnazione, al nostro abbassare la testa, la situazione possa cambiare. La situazione, per un violento può solo degenerare. L'asticella della violenza viene sempre alzata e avrà sempre maggiori pretese. Un aiuto ci può arrivare anche attraverso quello che ci mette a disposizione la tecnologia. In certe situazioni non si può scappare con i figli altrimenti si incorre nel sequestro di minore. Bisogna fare in modo che altre persone ci possano sostenere e aiutare. Non bisogna assolutamente vergognarsi di chiedere aiuto perché la colpa della violenza è del violento non della vittima». Rifarebbe ciò che ha fatto? «Assolutamente sì. Sono viva e ho salvato i miei figli: direi che è un ottimo risultato. Ho avuto anche delle condanne in sede processuale, ma ciò non toglie che, sì, assolutamente, rifarei tutto.»  

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