Guspini, 1965: nasceva il gruppo beat i "Minorenni"


di Francesca Virdis

Chili di brillantina, pantaloni a zampa d’elefante, larghe camicie di lino color del sole, cinque ragazzi neanche diciottenni sorridono all’obbiettivo imbracciando chitarre e percussioni. Sono i “Minorenni”, storico gruppo musicale di Guspini. Il loro sorriso su pellicola è un invito a mordere la vita come fosse una mela. «E in effetti - ammette Claudio Serra, che ora invece di anni ne ha 68 ma ha conservato lo stesso sorriso - ricordo quel periodo di perfetta felicità. Era il ’65 e tutto ciò che ci spingeva a suonare era l’amore per la musica e la reciproca compagnia. L’esordio alla sala da ballo “La Quercia” – riprende l’uomo – è stata soltanto la prima di una lunga serie di avventure per mezza Sardegna. Ad accompagnarci di qua e di là, la fida Fiat 600 Multipla di un amico. Quante risate, stretti gli uni vicino agli altri in quel piccolo spazio, mentre dal finestrino scorrevano paesaggi che ora, da emigrato, vorrei rivedere». Un gruppo unito, sebbene con i suoi alti e bassi, quello composto da Nino Muntoni alla batteria, Franco Frau e Enrico Mocci alla chitarra, Carlo Pusceddu alle tastiere, Claudio Serra al basso elettrico, Rino Cocco (in qualità di cantante) e Gigi Dessì «che spesso entrava in scena al nostro fianco. Negli anni la formazione è cambiata - ricorda Claudio Serra - ma lo spirito del gruppo e il genere musicale sono rimasti intatti negli anni. Suonavamo “Una ragazza in due” dei Giganti, “Soli si muore” di Patrick Sampson, “Ho in mente te” degli Equipe 84. E poi i Nomadi, “Sono un ragazzo di strada” dei Corvi… quanti ricordi! Alcuni di noi non ci sono più e ancora adesso faccio fatica a metabolizzare la scomparsa di persone con le quali ho condiviso la parte migliore della mia vita». Il “beat” dei Minorenni ha scandito al lungo le domeniche di festa in piazza XX Settembre, al “Florida” di Salvatore Zara, al campo sportivo, alla miniera, al cinema Rinascita di via Gramsci. «Eravamo soliti esercitarci in una sala di Montevecchio, ma bazzicavamo anche ad Assemini, Arborea e Marceddì, e in più di un’occasione abbiamo fatto da gruppo spalla ai “Shardana” di Villacidro, all’epoca tra i più conosciuti del panorama musicale locale. Il rapporto coi fan? Esaltante! - sorride Claudio Serra - soprattutto con le ammiratrici più giovani. Era il fascino dei “ragazzacci” a permetterci di rimediare lettere e cartoline d’amore che, immancabilmente, suscitavano l’ira delle fidanzate ufficiali. Sebbene avessimo imparato a non dare alcun connotato politico alla musica, com’era invece consuetudine in quegli anni, anche noi credevamo di poter cambiare il mondo. Lo so, sono un nostalgico - conclude l’ex musicista - ma chiunque abbia vissuto la magia del ’68 non può non lasciarsi trascinare, di tanto in tanto, dalla malinconia di quei giorni così luminosi. Noi eravamo luminosi».

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