di Alice Bandino*
[caption id="attachment_49148" align="alignleft" width="250"]
Alice Bandino[/caption]
La noia è un costrutto cui vengono spesso associati significati, emozioni e comportamenti negativi, come giustificazione ultima di diversi mali personali e sociali.
Ciclicamente, specie in prossimità di elezioni, la noia viene correlata ad atti vandalici, dispersione scolastica, utilizzo di sostanze (qualsiasi), come accusa verso gli amministratori di turno, ipotizzando un cambiamento politico che porti “stimoli sociali” maggiori, così da prevenire che le persone (specie i più giovani) compiano le azioni succitate “per noia”.
Come spesso capita quando si azzardano ipotesi psico-sociali, voler trovare un’unica motivazione a problematiche sociali sfociate nell’illegalità, allontana la ricerca delle soluzioni: si cercano le colpe nella noia e non la gestione positiva di essa come prevenzione efficace di atti anti sociali; si osserva un’escalation di atti che feriscono le comunità territoriali come riflesso del disagio personale e dell’incapacità delle famiglie di intervenire adeguatamente, spesso inconsapevoli di avere un problema al loro interno, altre volte consapevoli ma speranzosi che il tempo aggiusti tutto.
Il tempo che passa è un dato oggettivo e inconfutabile, la sua capacità di risolvere i problemi no!
Se dovessimo fare un parallelo reale sugli stimoli presenti oggi o ieri, la società di oggi ne uscirebbe vincitrice per frequenza, ma sarebbe un confronto impari, specie per il fatto che a venti/venticinque anni i nonni dei giovani di oggi si sposavano e mettevano su famiglia e tra lavoro, studi, casa, altri familiari anziani in casa cui badare e figli da crescere (rari i figli unici), probabilmente a quell’età non parlavano di noia.
Eppure, nonostante oggi ci siano molti più stimoli (sport, associazioni, piattaforme streaming, social, teatro, festival vari, concerti, discoteche ecc) e molti più dispositivi elettronici che ai nostri tempi, troviamo ancora persone che riferiscono di sentirsi annoiati, privi di motivazione, con bassi livelli di attenzione e con la sensazione di non sapere come occupare e far passare il tempo.
Circa un mese fa mentre guardavo uno stormo di fenicotteri attraversare il mio paese da parte a parte, ho assistito a uno dei tanti comportamenti che gli internauti definirebbero causato dalla noia: tre adolescenti (femmine per par condicio…) che lungo tutto il marciapiede davanti, passando prendevano a calci tutte le buste della plastica posizionate dai residenti per la raccolta dei rifiuti e poi senza neanche pensarci troppo, visto un buco in un’avvolgibile di una casa disabitata, l’hanno ingrandito con un pugno.
Tre ragazze alte come i sacchi della plastica, tre bad-girls che probabilmente non hanno idea neanche di quanto possa costare ripagare un’avvolgibile bucata, semplicemente perché forse non è importante per loro conoscere il valore delle cose, nessuno alla loro età probabilmente si preoccupa di queste cose se nessuno gli e lo insegna o gli e lo fa notare.
I latini chiamavano il tempo libero otium, che era un tempo piacevole e senza l’accezione negativa che usiamo noi oggi: l’ozio era il tempo dedicato ai versi e allo studio, una sorta di allontanamento dalla vita frenetica e stressante, a favore delle proprie passioni e della vita privata; era il tempo del riposo, magari dopo un periodo passato in guerra per difendere la Patria. Era un prendersi cura di se stessi nel senso più profondo.
I filosofi latini, avi professionali dei moderni psicologi e sociologi, sapevano che era necessario equilibrare l’otium col negotium (cioè col tempo dedicato al lavoro, al fare politica attiva, ai commerci ecc ), così che i turbamenti, gli impegni pubblici e sociali (che oggi chiameremmo stress) del negotium, venissero armonizzati dalle emozioni positive e piacevoli dell’otium, influendo positivamente sulla salute globale del singolo e della società. Oziare non significava perdere tempo ma al contrario, riempirlo di attività piacevoli.
I ragazzi non studiano per noia? I giovani delinquono per noia? I ragazzi compiono reati contro il patrimonio (altrui) per noia? E se invece non fosse la noia ma qualche altro costrutto psico-emotivo, umorale o di personalità a influenzare i loro comportamenti a rischio di illegalità?
Forse dovremmo chiederlo a loro, forse è giusto chiedersi dove si è sbagliato educandoli, sedersi davanti a loro e umilmente cercare e trovare una soluzione e anziché stressarli con confronti anacronistici, chiedere cosa li renderebbe felici, cercare di capire (chiedendo aiuto a chiunque pur di non perderli) quali bisogni soddisfano quando compiono certe azioni.
Educare è un compito arduo e pieno di rischi: un nemico dell’educazione è il senso di colpa: pensare di essere l’unica causa dei problemi dei nostri figli ci rende immobili; la vergogna e la desiderabilità sociale guidano spesso le nostre scelte; leggere che la colpa è sempre delle famiglie nei commenti sui Social, denota ignoranza e allontana una giusta risoluzione dei conflitti.
Ogni genitore difende la propria prole, questo ha permesso del resto l’evoluzione e la sopravvivenza della specie, l’unica colpa che può avere una famiglia è chiudere gli occhi davanti a una problematica evidente, sminuire, accusare le frequentazioni dei figli, piuttosto che mettersi sullo stesso piano.
È deleterio inoltre l’atteggiamento di omertà che per istinto attuiamo per proteggere noi e i nostri cari, meglio perdere un saluto che contribuire alla perdita di anche solo uno dei nostri giovani.
Non abbiamo solo doveri per Legge nei loro confronti, abbiamo l’obbligo morale di accogliere le loro paure e la loro rabbia e trasformarla in altro, in attività positive, in relazioni sane, in amore per la vita, per se stessi e per questo nostro Mondo; anche quando sembra tutto perduto, insieme si può fare tanto; tutti insieme, non solo le Istituzioni o solo le famiglie. È importante comunicare, senza farsi prendere in giro, senza minimizzare comportamenti oggettivamente anti-sociali e facendo interiorizzare loro valori e regole che se non hanno è perché, come detto prima, noi grandi non siamo riusciti a insegnarglieli con l’esempio oltre che con le parole.
*psicologa Tel. 347 1814992
© Riproduzione riservata