Emozioni in affido


di  Alice Bandino*
  Seconda parte   [caption id="attachment_49148" align="alignleft" width="250"] Alice Bandino[/caption] Nell’articolo precedente abbiamo elencato e descritto i doveri che l’autorità genitoriale comporta, dettati da chiare norme, ribadendo i diritti principali dei minori: il diritto di essere mantenuto; il diritto all’istruzione; il diritto all’educazione (compreso un bagaglio etico minimo, che deve essere trasmesso al figlio per educarlo secondo i principi del rispetto della civile convivenza); il diritto all’assistenza morale; il diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti con i parenti; è dovere dell’adulto ascoltare l’opinione del figlio che abbia compiuto 12 anni, o anche di età inferiore se capace di discernimento (per approfondire art. 30 della Costituzione, artt. 315bis, 317bis, 318, 337ter del codice civile, artt. 731, 570, 571 del codice penale e legge 54/2006). Il diritto di crescere in famiglia consiste nella pretesa di non essere assoggettati a provvedimenti di adozione, affidamento e allontanamento dal proprio nucleo familiare, se non nei casi espressamente previsti dalla legge. Ammettiamo ora di avere in carico uno di questi casi eccezionali previsti dalla Legge. Il passaggio più complicato è il passo iniziale: come si capisce se un nucleo ha al suo interno un bambino o un adolescente che ha bisogno di essere aiutato? Spesso si pensa che l’unica situazione di disagio sia la povertà economica cui far fronte con l’assistenza sociale; così facendo si perde la possibilità di intervenire in favore di minori che, non entrando in contatto coi Servizi Sociali restano invisibili e perdono la possibilità di entrare in percorsi d’aiuto mirati e quindi di essere aiutati, sostenuti e pienamente tutelati nei loro diritti e nella loro crescita. I Servizi Sociali vengono visti spesso come una fonte di aiuto economico e non come un’opportunità di crescita e di aiuto globale per le famiglie; talvolta addirittura usati nell’immaginario comune come spauracchio, in antitesi con le famiglie; percepiti non come alleati ma nemici all’interno di Comuni e PLUS, pronti a togliere bambini e minori alle famiglie col fine di giudicare lo stile di vita degli utenti di turno. Tornando alla domanda iniziale, quando un minore va temporaneamente in affido? Bambini e adolescenti hanno bisogni differenziati e competenze comunicative per chiedere aiuto: disegni, azioni e condotte, episodi e racconti, possono essere campanelli di allarme; insegnanti e parenti, psicologi, educatori e allenatori possono diventare fidati confidenti e/o osservatori privilegiati di eventuali carenze e disagi non emersi prima. Se un minore non va a scuola, la famiglia verrà probabilmente informata dalla scuola; un minore che invece va a scuola senza libri, spesso senza materiale didattico o non seguito nei compiti a casa, verrà prima di tutto sgridato, poi redarguito, punito con un voto negativo e minacciato di essere bocciato. La dispersione e/o l’abbandono scolastico probabilmente sarà il passo successivo e sarà difficile in seguito recuperarli in modo funzionale alla loro crescita. Dal di fuori è difficile capire un disagio, intervenire, primo perché non sempre sono comportamenti disfunzionali evidenti o apparentemente collegati a un disagio in famiglia, secondo perché non sempre la famiglia capisce la mano tesa in aiuto e teme di perdere i figli. Ecco perché sull’altro numero abbiamo parlato di funzione riparativa parlando del ruolo delle famiglie affidatarie: “riparare qualcosa” è mettere mano a un qualcosa che non è del tutto perduto, preservarne l’identità con aggiustamenti vari; riparare anzi ché buttare. Non è un’adozione. L’affido non è una novità sociale: Mosè, Romolo e Remo, Edipo e tanti altri personaggi famosi, nulla avrebbero potuto diventare se qualcuno non si fosse fatto carico di salvarli dalla corrente del fiume; una metafora che vede nella solidarietà umana l’unica salvezza; da sempre si cerca di supportare lo sviluppo di un bambino la cui famiglia arranca, per farlo crescere serenamente; proprio noi in Sardegna potremmo chiedere ai più anziani come e perché un minore diventava “fill’e anima” di qualcuno più stabile, per scoprire che anche senza leggi e norme recenti, son sempre esistite famiglie di persone che hanno influito positivamente nel percorso di crescita di bambini e bambine, senza sostituirsi totalmente alla famiglia ma facendosi carico e monitorando il minore e il suo percorso educativo, scolastico e/o formativo nel rispetto e collaborazione con la famiglia d’origine, con o senza legami parentali. Nel libro “I Miserabili”, Hugo ci parla di Jean un ex- galeotto che promette a Fantine, una prostituta morente, di prendersi cura della figlia Cosette; in un’altra scena si avvicina alla bambina Cosetta che non lo conosce e alla quale si pone a fianco con rispetto per conquistarne la fiducia, deciso a trasportare il pesante secchio d’acqua pesante che la bambina deve riportare alla locanda, dove alloggiava inizialmente come cliente e poi come serva della coppia di padroni. Questo succede in un affido: ci si avvicina alle emozioni di un bambino / adolescente che porta un carico troppo grande per lui/lei, lo si fa con gradualità, rispetto per i suoi tempi, la sua storia, si accolgono le sue paure, le sue frustrazioni, i suoi traumi con responsabilità. Prima di avvicinarsi a lui/lei dobbiamo però spogliarci di ogni nostro egoismo, accettare che siamo adulti responsabili e che siamo solo di passaggio nella loro vita e in quella della loro famiglia; serve avere ben chiaro che a differenza dei nostri figli, loro non sono “nostri”, dobbiamo elaborarne la perdita ancor prima di iniziare il percorso, non li stiamo adottando per sempre. E per fare questo è necessario avere una robusta intelligenza emotiva: son bambini o adolescenti, non sono oggetti da abbandonare alla prima difficoltà, perché difficoltà ce ne saranno sicuramente, è già complicato gestire le emozioni dei propri figli, immaginiamo quelle di una persona che non hai educato e cresciuto tu e al quale devi porre degli obiettivi da raggiungere, così da dare un senso a questo soggiorno fuori casa, per far capire loro che non sono in vacanza e che la loro famiglia è quella originaria ma che temporaneamente lavorerete tutti verso la stessa direzione, ovvero verso il loro benessere bio psico sociale. Nel frattempo che il minore viene dato in affido, altri Servizi del territorio ( dal Centro Affidi alla scuola, dai Centri per la Famiglia all’Asl, dalle Associazioni del Terzo Settore al Volontariato) e altri professionisti si occuperanno del resto della famiglia, così da rafforzare i loro talenti e rimodulare le loro criticità, così che nei giorni di rientro a casa (prefissati in sede di contratto) non vadano persi i progressi raggiunti e resti sempre positivo il rapporto tra tutte le parti coinvolte senza invidie, recriminazioni, ostilità  o  resistenze varie. Presentato così, a ben pensarci, non sarebbe male per nessuno essere aiutati temporaneamente nella gestione dei nostri figli: qualcuno che li segua adeguatamente per noi nel loro percorso di studi, che si metta nelle varie chat dei genitori al posto nostro, che ascolti con pazienza i discorsi di adolescenti spesso puerili o al contrario troppo seri e lontani dalle esperienze e dalle responsabilità della nostra adolescenza;  qualcuno che dia e spieghi regole, senza imporle; che si confronti col minore su ciò che è giusto o sbagliato; che parli anche di educazione sessuale, di prevenzione e benessere; di politica, di attualità, fosse anche per capire meglio un telegiornale;  trovare qualcuno che spieghi loro il valore dei soldi e quello molto più duraturo della cultura, della conoscenza, dell’autodeterminazione, delle pari opportunità per tutti, concetti e valori che non hanno mai interiorizzato perché nella realtà probabilmente esistevano nella loro famiglia problemi da risolvere più pratici e immediati, poco avvezzi a chiedere aiuto per modulare l’intelligenza emotiva dei figli perché occupati a fare altro o perché neanche loro (a loro tempo), hanno potuto svilupparla adeguatamente. È necessario empatizzare coi genitori veri, capirne i limiti senza giudizi; anche certe condotte inspiegabili viste dal di fuori, trovano una diversa chiave interpretativa se inseriti in un preciso contesto che impareremo a conoscere. Si lavora sulla Resilienza del singolo e dei due nuclei coinvolti; la famiglia affidataria, trovandosi inserita in una rete di sostegno, non viene lasciata sola ma può confrontarsi, condividere le proprie esperienze ed essere aiutata nella soluzione di ogni problema o dubbio. Due famiglie che collaborano perché ne hanno compreso il significato, il reale obiettivo: non lasciare nessuno indietro, senza escludere nessuno, aggiungendo e non togliendo; investire in maniera attiva il nostro tempo libero, togliere un po’ del nostro per permettere a più persone di dare un senso anche alla loro vita, metterci in discussione e donare amore. L’adozione a distanza è un gesto nobile, ma l’affido nella propria casa è un passo in più. Personalmente mi son messa in gioco in questo percorso da un anno e consiglio a tutti coloro che si rivedono in questa missione d’amore di provare a informarsi sull’iter da seguire, perché è un gesto solidale per i minori e la loro famiglia d’origine, ma è indescrivibile il segno che questo percorso lascia nella famiglia affidataria: avere la possibilità di incidere positivamente nella vita di qualcuno che si affida a noi, tramandando a nostra volta la parte sana dell’educazione appresa nella nostra famiglia e arricchita dalle nostre esperienze di vita, non ha veramente prezzo, aumenta considerevolmente anche il nostro benessere bio-psico-sociale, ripara un sistema famigliare (che altrimenti sarebbe imploso) e migliora il territorio, perché un bambino amato è un bambino che ama, una famiglia aiutata è una famiglia che impara ad aiutare.
*psicologa
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