di Alice Bandino*
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Alice Bandino[/caption]
Secondo i dati del sito HumanTrainer.com negli ultimi sei anni, “depressione” è stato il disturbo più frequente nel motore di ricerca “Google” in Italia (a titolo informativo la seconda parola più cercata è “ansia”) e lo è stato anche negli ultimi sei mesi d’indagine statistica.
Come ben spiegato dai ricercatori, nella frequenza del termine rientrano anche le ricerche ad esso collegate, come “test depressione, sintomi della…, cure per la…, rimedi per la…, suicidio per… ” e altre.
Se andate voi stessi e provate a digitare, noterete infatti i numerosi suggerimenti che rispecchiano le ricerche maggiormente eseguite dagli altri utenti.
Possiamo dunque ipotizzare che le persone siano interessate a trovare particolari sintomi propri, o osservati in qualcuno della propria cerca affettiva, per verificare se possono correlare con la depressione e, nel caso affermativo, come curarla.
Come professionista ribadisco l’importanza in caso di dubbio, come passo successivo, di rivolgersi a uno psicoterapeuta come prima istanza.
Questo primo passaggio è molto importante per evitare di incorrere in sbagli comuni e diffusi che oltre a rallentare il raggiungimento del benessere bio psico sociale della persona, possono causare ulteriori danni e frustrazioni.
Di quali errori parliamo? Prima di tutto è auspicabile una piena collaborazione dei MMG, ovvero medici e pediatri di base. In che senso? Nel senso che sin dal primo momento in cui un paziente espone sintomi riconducibili a una problematica psicologica di fondo (umorali ma anche psicosomatiche), sarebbe bene che il medico di famiglia avesse nel proprio ambulatorio dei recapiti Asl o privati di psicologi e di psicoterapeuti cui inviare i pazienti.
Attualmente questo invio è raro nelle prime fasi del disagio, quando non è ancora grave, quando non si è evoluto in patologia grave, e non lo dicono gli psicologi ma i dati della spesa pubblica, con una reale tendenza a evitare il supporto e il sostegno psicologico o psicoterapico a favore degli psicofarmaci, sempre più richiesti.
In Italia, secondo lo studio ESEMeD (European Study on the Epidemiology of Mental Disorders) ogni anno oltre un milione e mezzo di adulti soffre di un disturbo depressivo. Non solo: il rapporto dell’Agenzia italiana del farmaco del luglio 2021 stima siano 3 milioni i depressi nel nostro Paese.
La depressione, va detto, può insorgere a varie età e diversi strumenti possono essere utilizzati come indicatori della frequenza del problema tra i giovani, gli adulti e gli anziani, ma in generale si può affermare che la depressione ha un significativo impatto economico sia in termini di spesa sociale sia previdenziale, oltre ai costi diretti a carico dei cittadini.
Le ricerche effettuate dal gruppo di lavoro succitato, di Tor Vergata, indicano che i costi sostenuti dal nostro SSN, per quanto riguarda il disturbo depressivo, ammontano a un miliardo 250 milioni di euro ogni anno, quasi l’11 per cento della spesa sanitaria pubblica che nel 2019 è stata di circa 115 miliardi di euro. La voce più importante della spesa per il servizio sanitario è dovuta alle visite ambulatoriali specialistiche.
Per capire il fenomeno, basta scorrere i dati alla voce farmaci. Nel corso del 2020 - si legge nel Report dell’Aifa - il 6,5% della popolazione italiana, oltre 3milioni e 850mila cittadini, ha fatto ricorso a farmaci antidepressivi, con un consumo doppio nelle donne rispetto agli uomini.
La prevalenza d’uso dei farmaci sedativo-ipnotici e ansiolitici nel 2020 (anno di inizio della pandemia) è aumentata del +6,6% rispetto all’anno precedente. Accanto ai costi diretti sanitari ci sono però anche i “costi indiretti”, ovvero i costi legati alla perdita di produttività (giorni di lavoro o di scuola non effettuati, ad esempio), di conseguenza alla perdita fiscale e ai costi a carico del sistema previdenziale.
I costi indiretti - secondo i ricercatori - rappresentano il 70 per cento del totale dei costi di questo disturbo. Undicimila persone con depressione maggiore prendono un assegno ordinario di invalidità e la pensione di inabilità. Un numero di pazienti in costante aumento: dal 2009 al 2015 c’è stato un incremento di quasi il 21 per cento. Con una migliore e precoce presa in carico dei pazienti, cure mirate e un rafforzamento dei servizi territoriali, anche grazie alle risorse messe a disposizione dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, secondo gli analisti, è possibile una riduzione della disabilità accompagnata anche da un contenimento dei costi.
La forma più grave, la depressione maggiore, spesso associata a lutti e separazioni, povertà o ad una malattia, interessa il 5-6 per cento della popolazione nel corso della vita, specie in età intermedia e anziana, anche se con la pandemia sono stati coinvolti molti giovani.
In aiuto di questi pazienti ci sono diverse forme di trattamento non farmacologico, come le psicoterapie; le modifiche comportamentali; il miglioramento degli stili di vita con una riorganizzazione proficua della giornata e attività motoria; lo svolgimento di un lavoro gratificante; una vita sociale soddisfacente.
Naturalmente è importante prevenire e sensibilizzare sull’argomento; individuare la fonte di disagio e intervenire per tempo. Spesso è difficile chiedere aiuto e spesso è difficile anche accorgersi che una persona ha bisogno di aiuto. Potremmo scrivere pagine e pagine sulla solidarietà o sulla gentilezza, sull’empatia, sul sostegno che ognuno può dare; ma la realtà è che quasi tutte le patologie mentali sono “scomode”, ancora fonte di vergogna e soprattutto è difficile a volte consigliare alle persone di rivolgersi a uno psicologo. La prima risposta solitamente è sulla difensiva “curati tu! e purtroppo a volte l’aiuto muore con questa risposta; ma anche quando sembra che una persona non voglia farsi aiutare, dovremmo provare a insistere se ci teniamo al benessere della persona in questione. Vivere con un depresso che non accetta l’aiuto, alla lunga crea conseguenze a tutto il nucleo familiare a causa delle conseguenze correlate; talvolta è una lunga agonia che può durare anni, decenni, corrodendo diversi ambiti. Avere una mamma o un padre depresso si riflette anche sulla socializzazione dei figli e delle figlie, sul loro benessere, su una crescita equilibrata: stare fuori casa, lontano da un genitore depresso, resta la soluzione più immediata; avere la mente libera per studiare e sognare il futuro è difficile se in casa c’è anche un adulto (o più di uno) con una qualche patologia mentale che non riesce ad essere presente e svolgere adeguatamente la propria funzione genitoriale. Allo stesso modo, dietro condotte a rischio come l’uso/ abuso di sostanze (tutte: droghe, alcool, dispositivi elettronici, videogiochi ecc..), sarebbe più proficuo per un genitore, indagare se alla base non ci siano motivazioni depressive correlate e non la semplice influenza dei pari.
In entrambi i casi è bene chiedere aiuto, mettendo da parte pregiudizi e stereotipi: rivolgersi ai servizi sociali, a uno psicologo, al medico di famiglia deve essere la strada più semplice da percorrere.
Troppo spesso infatti la persona prima di trovare l’aiuto efficace non viene creduta; essa viene giudicata, evitata, ignorata e solo davanti al tentativo di gesti estremi creduta e aiutata. Il macro obiettivo della psicologia è far star bene le persone in tutto il Mondo, per farlo però serve l’impegno di tutti e il coraggio, il coraggio di aiutare e il coraggio di chiedere aiuto fino a quando ne siamo capaci, prima che sia troppo tardi, ricordandoci che senza una buona salute mentale, la vita è molto più complicata, per noi e per chi ci sta intorno.
*Psicologa
tel. 347 1814992
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