Economia e nazional-populismo


Gli eccessi della globalizzazione e la crisi del neoliberismo hanno favorito l’affermarsi in politica di forze e tendenze nazional-populiste, in apparenza contrapposte all’ordine esistente ma capaci di rompere i consolidati equilibri sovranazionali: Brexit e Trump, il blocco dei paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria – o la Turchia di Erdogan. Casi e contesti diversi, sia chiaro, tutti però con un comune profilo di chiusura identitaria. L’Italia e il suo governo giallo-verde sembrano voler assecondare questo ripiegamento nazionalistico che assume un preciso orientamento anche in economia. Gli Stati Uniti - nel tentativo di invertire la tendenza di un’economia aperta e fortemente dipendente dalle esportazioni - propongono un modello chiuso in cui la crescita è trainata dalla domanda interna. Il mercato nazionale è così l’orizzonte che consente al trumpismo di darsi una prospettiva economica; una decisa sterzata che, tuttavia, non è sicuro possa durare a lungo. Nell’immediato rappresenta certamente una scelta felice per i consensi che suscita nell’opinione pubblica e nell’elettorato: buona parte dell’establishment americano sostiene questa svolta e molti osservano che l’imposizione dei dazi è “politicamente comprensibile”; persino le imprese ad alto valore aggiunto, che guardano con interesse ai mercati esteri, non la contrastano apertamente per evitare, almeno per ora, di scontrarsi con la pancia del paese. In Ungheria e Polonia – con una crescita del 4% annuo del Pil – questa svolta è caratterizzata da investimenti esteri, forte indebitamento privato e massiccio intervento dello stato a sostegno della domanda interna. Gli investimenti pubblici sono sostenibili grazie agli attuali tassi di crescita di questi paesi dove – con un’economia rivolta alle esportazioni – la concorrenza si fa sui costi, soprattutto del lavoro: qui, il nazional-populismo economico, pur annunciando di voler difendere le fasce più deboli della popolazione, ha riproposto in scala ridotta – nazionale o regionale – gli stessi conflitti e problemi del liberismo e della sua crisi. Oggi, i quattro di Visegrad, guidati dall’Ungheria di Orban, destabilizzano gli equilibri europei non soltanto in tema di immigrazione, diritti civili e tenuta democratica: allo stesso tempo, riescono anche a beneficiare di importanti finanziamenti dell’Unione Europea (politicamente troppo debole) e a minacciare di rivolgersi altrove (Turchia, Russia o anche Cina) per reperire le risorse con cui sostenere la crescita economica. L’Italia rischia di rimanere schiacciata da questa virata nazional-populista, cui l’instabile governo giallo-verde spesso si ispira. Il nostro è un paese troppo grande per avere un’economia unicamente orientata verso le esportazioni, ma, d’altro lato, è troppo piccolo per puntare sul solo mercato interno. Una decisa politica anti-immigrazione, una crescente frammentazione del mercato del lavoro – con una pericolosa spirale al ribasso in termini di diritti –, una politica fiscale ispirata a principi di non-progressività, e una timida difesa dell’intervento pubblico in economia sono le contraddittorie risposte formulate da questo esecutivo. Scelte legittime che, tuttavia, in un’economia globale organizzata su bastioni nazionali potrebbero rivelarsi oltre che inadeguate anche perdenti. Un mix che rischia di indebolire ulteriormente il paese e lasciare ai cittadini un salato conto da pagare.

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