Racconta La Gazzetta Piemontese del 10 maggio 1882: “La cronaca delle grassazioni continua. Giorni sono ne furono consumate altre due: una a Villacidro e una a Serramanna”. In quegli anni il fenomeno si diffonde e ne scrive anche La Stampa il 21 dicembre 1886: “Pare proprio sul serio che quest’anno la questione della sicurezza pubblica sia grave e impensierisca popolazioni e autorità. Vi sono già note le grassazioni di Sa Duchessa a Iglesias e Gonnosfanadiga consumate da bande armate molto numerose; altre se ne temono da bande che si dicono comparse qua e là nella provincia; i furti poi in campagna, e anche in citta, si succedono con una frequenza insolita. Le popolazioni rurali sono in grande apprensione e invocano dall’autorità protezione valida ed efficace; l’autorità fa quello che può, ma quello che può è poco e troppo inferiore alla bisogna”.
Il problema assume dimensioni tali da costringere i cittadini a presidiare il territorio: “Così a Iglesias, Arbus Guspini ed altri grossi centri della provincia gli abitanti si organizzano in pattuglie e provvedono da sé a proteggersi la vita e gli averi. Esempio bello e nobile di virtù cittadina e di abnegazione, ma nel tempo stesso protesta dignitosa e santa contro un governo inesorabile nell’esazione delle imposte ma altrettanto incurante nel garantire la vita e gli averi dei cittadini.” Prosegue l’articolista: “Grossissime borgate non hanno stazione dei carabinieri o se l’hanno è composta al massimo di tre uomini; i villaggi sono a distanze enormi l’uno dall’altro; le comunicazioni in molti punti, malagevoli e difficili; avvien cosi che spesso e impunemente i malfattori riescano a compiere i loro malfatti e i pochi carabinieri, sparsi qua e là, rimangano vittime compiante, ma altrettanto inconsultamente e ingenerosamente sacrificate. Mi pare che dopo tanti fatti a conferma di quello che dico si sarebbe a quest’ora potuto trovare qualche rimedio”.
Nel 1894 una banda di 40 uomini armati assalta la casa di un ricco possidente a Samassi; mentre a metà luglio dell’anno successivo sarà Arbus a dover subire una cruenta incursione di una banda armata composta da una decina di banditi che sfuggirono ai carabinieri riparando sul Linas.
Frequenti erano gli scontri con i rappresentanti della pubblica sicurezza. Nel giugno del 1895, Guspini fu teatro del tentativo di evasione del bandito Luigi Atzeni, protagonista di diverse azioni criminali: “L'altro ieri l’Atzeni, deludendo per un istante la vigilanza del custode Puxeddu Antonio, scavalcava il muro di cinta del cortile attiguo alle carceri e via pel colle di Santa Margherita. Il custode gli fu subito appresso e l’Atzeni, appena scortolo, gli lanciò alcuni sassi uno dei quali colpiva il Puxeddu nella regione frontale causandoli una ferita”. Questi, tuttavia, proseguì nell’inseguimento e una volta raggiunto il bandito lo impegno in una lotta accanita riuscendo infine a fermarlo; prosegue la cronaca dei fatti: “Mercé il pronto intervento del bravo carabiniere Cerina Antonio della stazione locale, il Puxeddu assicurò coi ferri l’Atzeni il quale fu ricondotto in carcere”. Nell’ottobre seguente, sempre a Guspini “una banda armata composta da alcuni uomini consumò una rapina a danno del pastore Siddi Antonio”.
Spesso le azioni criminali erano causate da lotte di potere all’interno dei villaggi, dove un ristretto gruppo di proprietari terrieri, con clientele e ricatti, imponeva il proprio volere alla comunità. Erano, infatti, i grandi possidenti che amministravano il comune e che decidevano dell’utilizzo dei beni pubblici, in primo luogo dei terreni; erano sempre loro che redigevano i ruoli delle imposte e stabilivano chi dovesse pagare, quanto, e chi no. Perciò, dalle loro decisioni dipendeva la possibilità per la maggioranza della popolazione, contadini e pastori, di accedere alla terra e di avere un lavoro e i mezzi per vivere. All’linterno di questa elite sorgevano inevitabili contrasti, generalmente prodotti da questioni relative al possesso e all'uso delle terra; si costituivano cosi due o anche più fazioni contrapposte, che si affrontavano ricorrendo a intimidazioni e violenze per il tramite dei banditi che in cambio ottenevano la protezione necessaria per sottarsi alla giustizia. In questo senso devono essere interpretati i fatti accaduti a Villacidro il 27 agosto 1895; riporta il Corriere della Sera: “A Villacidro la scorsa notte è stata lanciata da ignoti una cartuccia di dinamite sul tetto della casa del signor Antonio Piras. Il tetto è in parte rovinato. Si tratta di questioni di partito. Il Piras milita nel campo avverso a quello dell’on. Cocco-Ortu”. L’atto era stato probabilmente compiuto da Giuseppe Curridori, un ricercato che a quel tempo si nascondeva sul Linas, e che spadroneggiava sul territorio. Nel maggio del 1896 sarà ancora lui, insieme ai latitanti Pinna, Pisanu e Cocco, ad aggredire “armati di tutto punto, il conciatore di pelli Giuseppe Pitzeri per derubarlo del denaro e della lana”.
Il Curridori era una sorta di bandito-imprenditore, che considerava la rapina “come un affare qualunque; un mezzo di arricchimento non infame; lo sfuggire alla pena è l’unica preoccupazione”. Il bandito villacidrese, tuttavia, godeva di popolarità e rispetto tra la popolazione. Un sentimento diffuso di cui parla anche il deputato Pais Serra, riferendosi “al leggendario bandito sardo forse più favoloso che vero”, che si crede combattesse “non contro il diritto della società ma contro la pretesa violenza e la prepotenza personale o dell'autorità”, che sapeva “usare l'astuzia contro la forza, trarre esemplare e feroce vendetta virgola di chi lo osteggia”, ma “chi debole come lui, lo aiuta e difende”.
Per questo, il 22 ottobre 1896, l’ammonito Giovanni Arru, dopo aver aggredito il pastore Giuseppe Pani per sottrargli “alcuni oggetti del valore complessivo di 12 lire”, si diede alla macchia cercando riparo tra i latitanti sul Monte Linas.
I carabinieri braccavano il Curridori e la sua banda, che per quasi un decennio riuscì a farla franca, non senza spavalderia e provando anche a intimidire le autorità. Il 9 dicembre 1896, i banditi si spinsero fino a compiere un attentato dinamitardo contro la caserma dei carabinieri di Villacidro; riportano le cronache dell’epoca: “Una forte detonazione ha gettato l’allarme nel paese di Villacidro. Si trattava di un attentato in tutte le regole contro la caserma dei carabinieri. Sul limitare della porta d’ingresso era stata fatta esplodere una bomba di dinamite, che, scoppiando, fracassò, in parte, la porta stessa. Parecchi vetri andarono in frantumi”. Si trattava, verosimilmente, di una minaccia rivolta in particolare contro il brigadiere Bellani, di stanza a Villacidro, che da anni si batteva per catturare il Curridori. Il Bellani arriverà, in quella circostanza, ad arrestare uno degli attentatori, ma rimarrà persuaso “che egli non fosse solo a compiere l’impresa sicché non sono improbabili nuovi arresti”. La lunga latitanza del Curridori terminerà il 13 luglio 1897, quando, al termine di un violento e prolungato conflitto a fuoco coi carabinieri, cadrà infine ucciso. La pattuglia dell’Arma che riuscì nella cattura era capeggiata proprio da Dionigi Bellani, il brigadiere che da tempo dava la caccia al latitante.
Le difficolta dello Stato nella lotta al banditismo, tuttavia, persistevano. Il Corriere della Sera del 20 marzo 1898, in un pezzo intitolato “Le tristi condizioni della Pubblica Sicurezza in Sardegna” riporta di un assalto compiuto a Samassi ai danni del commerciante Luigi Cossu: “I ladri asportarono una somma di danaro di oltre 10.000 ₤ e molti oggetti preziosi per un valore di circa sei mila lire”. Alle grassazioni si aggiungevano spesso le faide interne ai singoli paesi. È da considerarsi un regolamento di conti il doppio omicidio avvenuto a Guspini nei primi mesi dell’anno 1901. Il 16 gennaio, “Il negoziante Garau, uomo litigioso, che ha perso molte ricchezze in liti, viene assassinato nella sua abitazione, per opera di ignoti, i quali lo colpirono alla testa mentre cenava con la sua famiglia”. Il 23 febbraio successivo “due individui, penetrati nell’abitazione del bottegaio Raimondo Cocco, lo sgozzarono. Alle grida accorsero alcuni vicini armati di bastone. Gli assassini fuggirono senza lasciare alcuna traccia”. Il cronista osserva: “Un mese fa era stato commesso nello stesso Comune un altro assassinio”.
Dopo la scomparsa del Curridori, il Linas diventerà terra di conquista per nuove bande criminali. Su tutte, in quei primi anni del Novecento, spicca quella guidata dai latitanti Niccolò Pipponi e Angelo Deidda, che terrorizzarono il territorio a partire dal 1899. Al culmine dalla loro latitanza, nei primi mesi del 1902, misero a segno 15 rapine, 2 omicidi e decine di grassazioni, oltre a svariati tentativi di omicidio. Il 7 agosto dello stesso anno uccisero a Guspini il barracello Giovanni Sanneris soltanto per impadronirsi del suo fucile. Fu probabilmente questo ultimo omicidio che scatenerà la reazione dei carabinieri di Guspini che, il 3 settembre del 1902, riuscirono ad arrestare i due latitanti. (w. t.)
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