Agli inizi del Novecento poteva capitare che gli atti criminali si sovrapponessero alle lotte di potere per il controllo delle terre e venissero diretti contro gli amministratori locali. È quanto successe a Villacidro nel giugno del 1906 quando l’ex-sindaco Piga, costretto a rassegnare le dimissioni per le tensioni che montavano contro di lui, subì un attentato dinamitardo.
Lo racconta il Corriere della Sera di quei giorni: “Quando nello sorso mese, infuriava il disordine in molti comuni della Sardegna, anche a Villacidro, grosso e ridente paese a trenta chilometri da Cagliari e dove molte famiglie cagliaritane si recano in questa stagione a villeggiare per la dolcezza del clima e per l’amenità delle campagne ricche di verdura e d’acque freschissime, si segnalò un sordo movimento, specialmente volto contro l’amministrazione comunale, tanto che fu richiesta la truppa e il sindaco credette opportuno di rassegnare le dimissioni con sorpresa di tutti e credendo con ciò di calmare la popolazione”. Nonostante questo, continua la cronaca, “avantieri, alle 23, una grossa cartuccia di dinamite posata sul davanzale di una finestra della casa dell’ex-sindaco Giuseppe Piga, scoppiò con orribile fracasso, mandando in frantumi il davanzale della finestra e fortemente lesionando i fabbricati e le case vicine. La popolazione allarmatissima si riversò nella strada. Molte donne svennero. Il fatto impressionò moltissimo, perché avvenuto nel punto centrale del paese, ove era ancora gente e si trovavano pattugliando carabinieri e guardie. Fortunatamente non vi furono vittime. L’attentato era stato preannunziato con scritti anonimi, nei quali si diceva che appena partita la truppa si sarebbe posto mano alla dinamite L’autorità indaga. Si è proceduto all’arresto di un individuo gravemente indiziato”.
Qualche anno più tardi, il 1910, fu l’ufficio postale di Gonnosfanadiga a subire un assalto armato. Da tempo una nuova banda di malfattori aveva trovato riparo sul Linas e, armata fino ai denti, si aggirava per le campagne commettendo ogni sorta di malversazioni. La popolazione aveva chiesto più volte l’intervento delle autorità, ma la feroce banda continuava le sue scorrerie nella zona. Riporta La Stampa del 29 dicembre di quell’anno: “Nelle prime ore di stamane, questi grassatori, che si trovavano a Gonnosfanadiga, pensarono di assaltare e svaligiare quell’ufficio postale. Disposto alcuni compagni ad un appostamento, gli altri penetrarono mediante scasso nell’ufficio postale, e fecero man bassa su tutto quanto potevano trovare, ma un tale passando da quelle parti, accortosi di quanto accadeva nell'ufficio postale, corse subito ad avvisarne i carabinieri, che giunsero sul posto quando ancora i malandrini si trovavano a rovistare nei cassetti contenenti i valori. Dato l'allarme dai compagni, i malfattori fuggirono dalla finestra, riuscendo ad asportare solo 50 lire”. Fu ingaggiato uno scontro a fuoco tra i banditi e i carabinieri, che riuscirono a ferire e catturare uno dei malfattori. “Gli altri” – prosegue la cronaca – “dopo aver tentato invano di salvare il loro compagno, si diedero alla fuga, riuscendo a dileguarsi. I carabinieri continuano le loro perlustrazioni nei dintorni, nella speranza di poter finalmente assicurare alla giustizia i componenti la banda devastatrice”.
Il 26 ottobre 1912 è ancora Villacidro teatro di un tentativo di grassazione. Durante la notte “quattro individui tentarono di penetrare, scassinando un resistente portone, nella casa del ricco proprietario Giuseppe Aru. Riusciti nell’intento, avanzaronsi in un ampio cortile prospiciente la casa; ma furono sorpresi da una pattuglia di sette carabinieri guidati dal comandante di quella stazione, preventivamente avvertiti”. I banditi spararono allora contro i militari; “dal loro canto i carabinieri risposero al fuoco iniziando un conflitto durato appena pochi minuti: dei quattro malandrini non uno si salvò”. Tutti gli aggressori rimasero uccisi. Due di essi, giovanissimi, furono subito identificati come i fratelli Antonio e Giuseppe Mainas. “Uno dei carabinieri” – riportano le cronache – “fu leggermente ferito al braccio destro, non si sa se da una pietra lanciata di rimbalzo oppure da una fucilata. I due banditi identificati sono pastori nativi di Ales e si suppone facessero parte di una banda di grassatori segnalata nelle vicinanze del comune di Sardara, banda che lasciò qualche traccia del suo passaggio in numerosi furti di bestiame e danneggiamenti alle campagne”.
Probabilmente legato a una vendetta trasversale è l’omicidio del dicembre 1915 del pretore di Guspini, l’avvocato Canobbi, originario di Torino e ritenuto un “ottimo e diligente magistrato, che godeva la stima dei suoi superiori”. “L’avvocato Canobbi” – riportano i giornali di quei giorni – “con alcuni suoi amici, era andato a caccia nella brughiera, ma durante la battuta egli si era trovato un poco appartato ed aveva proseguito da solo. Improvvisamente i suoi compagni udirono scheggiare parecchi colpi d’arma da fuoco e, poiché non era presumibile che fosse stato l’avvocato a sparare, essi tornarono indietro a cercarlo nel sospetto che potesse essere capitata una disgrazia”. Fu trovato steso al suolo, morente. “Uno sconosciuto” – prosegue l’articolista – “che doveva conoscere le abitudini dell’avvocato, si era appostato, prendendolo di mira quando l’aveva visto passare. Tutte le cure per soccorrere il povero magistrato furono, purtroppo, inutili”.
L’ultimo episodio di banditismo nel Linas ha come protagonista il leggendario bandito Pabedda, al secolo Raimondo Atzeni. Originario di Arbus, l’Atzeni aveva combattuto nella Prima guerra mondiale, durante la quale aveva rimediato una ferita da arma da fuoco che gli aveva lasciato una profonda e vistosa cicatrice sulla spalla. Riporta Il Corriere della Sera dell’8 dicembre 1928: “L’Atzeni soprannominato Pabedda perché butterato in viso a causa del vaiolo, dopo la guerra, cui aveva partecipato riportando l’anchilosi di un braccio era tornato ad Arbus, suo paese natale”. Vistosi rifiutare la pensione come invalido di guerra, l’Atzeni aveva promesso vendetta all’impiegato delle poste locali che egli riteneva responsabile del torto subito. Una notte lo attese nelle campagne di Arbus e lo uccise. “In seguito” – raccontano le cronache – “si era dato alla campagna per vendicarsi dei suoi nemici personali compiendo tre omicidi e altri numerosi reati che resero tristemente noto il suo nome presso le laboriose e pacifiche popolazioni del distretto”. Si raccontava che avesse poi ucciso due suoi nipoti che, tradendo la sua fiducia, provarono a derubarlo del bottino delle numerose rapine compiute durante la sua latitanza. Terza vittima della sua furia omicida fu un carabiniere.
In quegli anni il fascismo non poteva tollerare un simile affronto e le autorità decisero di mettere fine a tutti i costi alla latitanza di Pabedda. Egli era sempre riuscito a eludere la caccia dei carabinieri, trovando rifugio talvolta sul Linas, talaltra sui monti dell’iglesiente. La pressione delle autorità era diventata tale che tutta la sua famiglia venne allontanata da Arbus e inviata al confino fino al 1931: “Nell’intento di stroncare definitivamente quest’ultima tardiva manifestazione del banditismo, ormai distrutto in questa provincia” – riportano le cronache – “il prefetto d'Arienzo, coadiuvato dalla questura e dall’arma dei carabinieri, mentre disponeva per l'invio al confino della famiglia Atzeni, ordinava una vigile sorveglianza in tutta la zona battuta dal bandito”.
La mattina del 7 dicembre 1928 fu avviata una imponente operazione di polizia per catturare il latitante: “L'autorità, preoccupata da questo risveglio di banditismo, aveva disposto una stretta sorveglianza in tutta la zona montuosa, costituente il massiccio dell'iglesiente, ove i pastori segnalavano il frequente passaggio del bandito. In seguito a fugaci indagini si riuscì a individuare il rifugio dell’Atzeni che riparava in queste rigide notti invernali entro una grotta presso Arbus. Fu disposto un appostamento, e i carabinieri ieri, alla incerta luce dell'alba, individuato l’Atzeni che disponevasi a guadagnare i boschi, gli intimarono il fermo. Il bandito scaricava la rivoltella contro i carabinieri che restarono fortunatamente illesi. Essi risposero a colpi di moschetto e mitraglia, riuscendo a ferire il bandito che però, favorito dalle asperità del terreno, riusciva a dileguarsi, rendendo vano l'inseguimento”. Il latitante riuscì a fuggire verso Guspini ma “Nel pomeriggio i carabinieri di San Gavino, informati della presenza in quella regione del bandito, disposero un intenso servizio di vigilanza, infatti, alle ore 18:00, imbattuti in un uomo che procedeva circospetto e a passo incerto, lo fermarono. Questi estraeva la rivoltella, ma fu subito afferrato e disarmato. Riconosciuto, negava di essere l’Atzeni, e spiegava che le ferite riportate al viso e alle mani erano dovute allo scoppio del suo fucile da caccia”. Identificato, fu tradotto nel carcere di Buoncammino a Cagliari e “finì per confessare la sua identità ed i delitti commessi, e il proposito di commetterne altri, per quindi costituirsi dopo eseguite tutte le sue vendette”. Condannato, trascorse il resto della sua vita nel carcere di Forte Longone, a Porto Azzurro, nell’isola d’Elba, dove morì. Tottu paga Pabedda è uno dei detti della parlata locale che ricordano le gesta di quel bandito. (w.t.)
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