Dalla bardana di Setzu al bandito Desogus


Parte prima
Le riforme avviate in Sardegna a partire dagli anni ’20 dell’Ottocento determinarono profondi cambiamenti economici e sociali nell’Isola. Dopo un periodo di illusorio sviluppo, durante il quale fu modificato radicalmente l’assetto fondiario tradizionale – finendo per favorire i grandi proprietari terrieri e impoverire una larga parte della popolazione – l’Isola conobbe una gravissima crisi economica e finanziaria che portò, verso la fine del secolo, a una esplosione del banditismo. Lo Stato sabaudo, incapace di dare risposte adeguate ad affrontare quella crisi, intervenne solo con la forza, ricorrendo a interventi puramente repressivi, spesso indiscriminati e arbitrari, non senza abusi e soprusi, e scatenando la ribellione, spontanea e disordinata, di intere comunità che avevano visto diminuire drasticamente le proprie possibilità di sussistenza. Il nesso tra criminalità e crisi economica sarà al centro dell’inchiesta parlamentare condotta tra il 1894 e il 1896 dal deputato Pais Serra, che osserverà come il banditismo avesse raggiunto livelli qualitativi e quantitativi estremamente preoccupanti. I mandanti, gli “impresari dei delitti”, come li definisce il parlamentare, sono in genere benestanti, legati ai gruppi di potere locali e regionali e protetti da funzionari e amministratori pubblici. La relazione tra il fenomeno del banditismo e la lotta per la terra determinerà inoltre una recrudescenza dei fenomeni criminali. Dalle statistiche storiche emerge che i delitti legati al banditismo si verificano in corrispondenza dei periodi di crisi economica e di peggioramento delle condizioni di vita delle masse rurali. I dati indicano un aumento degli episodi criminali nel periodo compreso tra il 1830 e il 1843, quando gli effetti dell’editto delle chiudende del 1820 sconvolsero gli equilibri del mondo rurale e pastorale. Un nuovo picco si registrò tra il 1865 e il 1870, in seguito alla “fusione perfetta” del 1847 e dopo che la riforma del 1865 abolì i diritti ademprivili, modificando gli “usi civici” delle terre. Quindi, la crisi bancaria del 1887, che aveva rovinato migliaia di piccoli coltivatori, aprì un quindicennio durante il quale si registrò un’impennata dei reati e degli episodi di violenza. Il periodo tra il 1890 e il 1905 sarà, infatti, il più violento e difficile della storia del banditismo sardo, per omicidi, atti criminosi, conflitti e dimensione dei fenomeni di latitanza. Infine, a partire dagli anni ’20 del Novecento, il malcontento e la disillusione generati dal primo conflitto mondiale, insieme con una feroce crisi economica, determinarono l’ultima ondata di banditismo, represso poi con la violenza dal regime fascista. La formazione di bande di banditi e di latitanti e il loro modus operandi furono ampiamente documentati. È nota l’opera di Alfredo Niceforo, che si esprimeva cosi: “Esiste in Sardegna una specie di piaga moralmente ammalata che ha per carattere suo speciale la rapina, il furto e il danneggiamento. Da questa zona, che chiameremo Zona Delinquente e che comprende il territorio di Nuoro, quello dell’alta Ogliastra e quello di Villacidro, partono numerosi bacteri patogeni a portare nelle altre regioni sarde il sangue e la strage”. Secondo la scuola antropologica criminale dell’epoca, l’arretratezza della Sardegna era la conseguenza di una inferiorità razziale che si poteva addirittura provare scientificamente attraverso la misurazione dei crani dei sardi (!). Secondo il Niceforo nelle razze si specificano attitudini che si perpetuano nel tempo e la “popolazione sarda è di stirpe mediterranea, originaria dell’Africa”, e, per questo “il temperamento regionale dei sardi in generale e dei pastori della Zona delinquente in special modo, coincide con molte caratteristiche del delinquente, dell’omicida e del selvaggio. Ciò insegna che un tale temperamento è terreno adatto alla formazione dell’omicida, mentre non lo sarebbe ad esempio il temperamento piemontese, ove tante coincidenze tra temperamento regionale e caratteristiche psicologiche dell’omicida non esistono”. I metodi di rilevazione e le conclusioni del Niceforo, confutatati dalla comunità scientifica dell’epoca, furono ampiamente messi in ridicolo e smentiti, ma le sue teorie contribuirono al maturare di un clima politico e culturale propenso all’uso indiscriminato della repressione e della forza per risolvere i problemi del banditismo. I banditi sono quasi sempre pastori o comunque vengono dal mondo pastorale e rurale; scrive il sanlurese Giovanni Saragat: “Nell’inverno, quando i pastori degli altipiani del Gennargentu scendono con le greggi nelle pianure del Campidano, le operazioni riescono più facilmente perché la stagione è più propizia, ed essi si trovano sul luogo dell’azione, Basta il modesto concorso di qualcuno del paese”. Conferma Niceforo: “essi organizzano una spedizione armata contro un villaggio. Allora la banda si organizza e scende nel Caputerra o nel Campidano di Cagliari, piomba sul luogo in questione, agisce rapidissimamente e si ritira per ritornare, in ordine sparso, alle proprie capanne delle montagne di Villacidro. Sa bardana è la forma tipica e tradizionale della grassazione sarda. La bardana caratterizza gli episodi di banditismo che si verificano nel Campidano e nel territorio del Linas nella prima metà dell’Ottocento: vere e proprie bande armate, formate talvolta anche da molte decine di uomini, fra cui banditi e latitanti, si riuniscono fra le montagne, dirigendosi poi verso un paese non necessariamente vicino, con spostamenti anche molto lunghi, per depredare ovili, case isolate, oppure, il più delle volte, per entrare in qualche villaggio, con urla e sparatorie, e puntare l’abitazione di qualcuno, ritenuto benestante, per saccheggiarla, ricorrendo alla violenza e alle armi contro le vittime e la loro servitù, e contro chiunque opponesse resistenza. Fatto il colpo, la banda muove verso un altro obbiettivo, oppure si scioglie, salvo ricostituirsi in qualche altra occasione. Pais Serra definisce la bardana come “l’invasione di bande armate in un villaggio a scopo di grassazione”; che spesso assumeva “un colore di impresa guerresca che toglieva agli occhi dei malandrini, o almeno dei meno tristi, quel carattere odioso che nella coscienza esercita la reazione morale contro il delitto”. “La vittima è quasi sempre scelta fra i proprietari in fama di ricchi dai piccoli villaggi dell’Ogliastra, del campidano di Oristano e del campidano di Cagliari, paesi agricoli, di gente mite e priva di armi”, riporta Saragat. Spesso sono i parroci dei villaggi a subire le grassazioni, come a Villamar nel giugno del 1822 quando don Bachisio Salaris, vicario del paese, originario di Bolotana, viene derubato e trucidato nella propria abitazione da una banda di uomini armati e incappucciati. Nella prima metà dell’Ottocento, il più grave e significativo episodio di violenza accadde a Setzu nel 1840, quando una terribile bardana mise a ferro e fuoco l’intero villaggio, terrorizzandone gli abitanti. Seguì nel 1848 la bardana di Terralba, dove i banditi si lasciano dietro anche alcuni feriti. Nel 1864 toccherà invece a Villanovaforru. Talvolta le vittime riescono anche a difendersi, come a Samassi nel 1868 durante l’aggressione contro un vecchio e ricco sacerdote. In questa circostanza, il servo della vittima riuscì a sventare il delitto “avendo alla meglio fatto nascondere il suo padrone sopra un tetto, fece fuoco sul primo bandito che si presentò che cadde all’istante estinto. Avendo continuato a far spari col fucile gli altri si diedero a precipitosa fuga, parte presi dalla paura d’aver visto che uno della banda venne ucciso, parte perché avranno creduto che la casa del prete fosse da molti difesa”. L’agosto dell’anno successivo, a Collinas, invece, vengono rapinati e uccisi Agostino Diana e Vincenza Ibba. I sospetti caddero sulla serva dei possidenti, tale Caterina Fenu, che si rese complice dei banditi e “venne arrestata e condannata alla galera perpetua”. Scrive il Niceforo: “Prima di scendere al piano, i pastori di Villacidro organizzano la spedizione e si mettono in comunicazione con un loro amico dimorante nel paese ove si dovrà fare il colpo. Quest’amico, che è detto su “bugoni”, s’informa, raccoglie dati, prepara il terreno, poi manda lo avviso allorché il frutto è maturo”. Oggetto dell’azione criminale erano talvolta anche le miniere. Riporta il Corriere della Sera del 20 gennaio 1878: “La sera del 15, la miniera di Ingurtosu, in territorio di Arbus, fu assalita da una banda armata di circa venti malfattori. I bravi minatori seppero però mettere in fuga la banda assalitrice”. Le modalità di azione del banditismo si fecero nel tempo più raffinate, meno primitive nelle modalità degli assalti, ma sempre egualmente feroci. È il caso del bandito Niccolò Desogus di Gonnosfanadiga che, come riporta La Gazzetta Piemontese dell’8 Marzo 1881, “già reo di parecchi omicidi, condannato alla pena capitale ed evaso nel 1854 dal carcere di Cagliari, di carattere selvaggio o protetto da persone influenti e da qualche autorità municipale, scorrazzava le campagne commettendo ogni sorta di reati, fra cui quello contro le persone del vostro torinese Carlo Rapetti e del suo servo Antonio Puxeddu che vennero depredati della somma di lire 4000”. Durante una delle sue azioni criminali venne infine ucciso “in uno scontro che ebbe con dodici carabinieri, e cosi i pacifici cittadini del comune di Gonnosfanadiga non temeranno più questo mostro in forma umana”. (w. t.)

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