di Francesco Diana
Come noto, fin dalle sue origini l’uomo ha cercato di comunicare con i propri simili anche attraverso la scrittura, lasciando messaggi indelebili che hanno rappresentato nei secoli la storia dei popoli.
Premesso che l’arte di comunicare con gli scritti non costituiva patrimonio comune fra gli abitanti del pianeta, tuttavia riteniamo interessante focalizzare la nostra attenzione sugli strumenti usati nel corso dei secoli dall’uomo per imprimere su tavole o tavolette il proprio messaggio.
Tralasciando le prime rudimentali scritture, verosimilmente realizzate direttamente con l’indice della mano, opportunamente intinto nei succhi vegetali o nel sangue, come pure quelle impresse su tavolette spalmate di cera da parte degli antichi Egizi antecedentemente al 3.000 a.C. prima, e da Greci e Romani poi, per descrivere meglio le evoluzioni subite dal 500 d.C., con l’impiego della “Penna d’oca”. Opportunamente pulita, essiccata e appuntita, sulla penna d’oca era praticata una fessura laterale in prossimità della punta, onde favorire il normale deflusso dell’inchiostro. Fu questa punta a segnare il passaggio al classico pennino in acciaio, più dolore che gioia per gli scolari dell’epoca, abituati a usare la classica matita. Il passaggio dalla matita alla penna col pennino da attingere nell’inchiostro, ha costituito sempre un grosso trauma per gli scolari dell’epoca. Abituati a calcare un po’ la mano per imprimere il segno voluto, specie nell’utilizzo di matite con la mina dura, succedeva molto spesso che l’appuntito pennino andasse a infilarsi nella carta, per poi scattare schizzando inchiostro dappertutto. Allo scolaro terrorizzato non restava altro che tentare di asciugare gli schizzi con l’immancabile carta assorbente o, in mancanza di questa, cospargendo le macchie di cenere per assorbire l’inchiostro. La tragedia avveniva nel momento in cui si tentava di cancellare l’alone rimasto con l’utilizzo di una gomma dura o, addirittura, raschiando la macchia rimasta con una lametta. Nella maggior parte dei casi si arrivava alla perforazione della carta cui si tentava in genere a rimediare strappando il foglio e riscrivendo la parte eliminata. Tale strategia era attuabile solo per i fogli a sinistra del quaderno, poiché eliminando uno di questi, si andava a eliminare contemporaneamente il corrispondente a destra, ancora indenne! Evidentemente ciò non era possibile quando si trattava di eliminare il foglio dal lato destro! Terrore!
Dal XIX sec. d.C., ci fu l’evento della prima penna stilografica che però, a causa di evidenti carenze costruttive e della mancanza di fluidità dell'inchiostro disponibile all’epoca, lasciavano alquanto a desiderare. Alla fine del 1800, si deve all’americano Waterman il brevetto della prima penna stilografica affidabile, che determinò in seguito l’adozione di serbatoio elastico in gomma o mediante stantuffo scorrevole.
Era l’epoca in cui lo scrivente, studente a Cagliari, collaborando con gli zii nella gestione della carto-libreria “La Bottega dello Studente”, si era specializzato nella manutenzione delle penne stilografiche. Gli interventi maggiormente richiesti consistevano, in particolare, nella sostituzione del serbatoio in gomma, del gommino dello stantuffo, del pennino (spesso in oro, analogamente al cappuccio della ”Aurora 88”), oltre alla pulizia delle zigrinature del cuneo che reggeva il pennino, per il corretto deflusso dell’inchiostro. Intorno alla seconda metà degli anni 50’ il serbatoio fu sostituito dalla classica “cartuccia usa e getta”.
Intorno ai primissimi anni quaranta, un giornalista ungherese trasferitosi in Argentina, di nome Ladislao Biro, coadiuvato dal fratello, inventò la penna a sfera (penna Biro) con la classica sferetta in punta che, attraverso il movimento rotatorio impresso nel corso della struttura, era costantemente impregnata dall’inchiostro denso contenuto nella cartuccia. Terminato l’inchiostro si doveva buttare.
Solo in un secondo tempo furono prodotti e messi in commercio i refil di ricambio.
Il successo della “Biro” si rivelò strepitoso per la sua semplicità di utilizzo, al punto che la Società francese “Bic”, cominciò di li a poco a commercializzarla in tutto il mondo, senza soffrire della concorrenza dei Giapponesi che, in tempi successivi, lanciarono una loro versione col pennarello al posto della sferetta della “Biro”.
Tuttavia, nonostante il grande successo conseguito in tutto il mondo, la “Biro” non ha soppiantato del tutto la classica penna stilografica, che ancora oggi risulta impiegata nella redazione di atti pubblici di una certa importanza o per la sottoscrizione di atti formali adottati a livello istituzionale.
Di questi tempi il mondo politico, all’impiego della penna nella comunicazione, salvo i casi testé citati, preferisce il contatto verbale attraverso i media, che consente di reagire immediatamente alle eventuali contestazioni, spesso modificando artatamente il senso di quanto dichiarato in precedenza o attribuendone la causa a erronea interpretazione da parte del destinatario del messaggio stesso.
Tutto ciò conferma della bontà del noto proverbio caro a Caio Tito, secondo il quale: “Verba volant, scripta manent” ovvero “Le parole volano, gli scritti rimangono”.
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