Dopo trent’anni di permanenza in paese, è scomparso Abdoul Aziz Diaw. Era originario del Senegal, ma dagli anni ottanta risiedeva a Pabillonis, insieme ad altri connazionali. Una comunità laboriosa che si è dedicata, soprattutto, all’inizio del loro arrivo in Sardegna, al commercio ambulante: mercatini, le spiagge di Pistis,Torre dei Corsari, Arborea, le mete preferite. Ma non solo. Alcuni mesi li trascorrono però, con lavori stagionali soprattutto in Trentino, per la raccolta delle mele, ma anche nelle fabbriche del Veneto e della Lombardia. Alcuni lavorano anche in aziende agricole del circondario con contratti regolari. La comunità senegalese, che con 47 presenze rappresenta il 70% dei 67 stranieri totali (dati al 1° gennaio 2022) presenti in paese, è ben accolta e da tanti anni della loro permanenza non hanno mai dato adito a problematiche con gli abitanti. Anche Abdoul Aziz Diaw, conosciuto da tutti con il solo nome di Aziz, era uno di questi senegalesi.
Nato il 10/04/1965 a Keur Bassirou Tiam, era arrivato in Italia più che ventenne per trovare lavoro. Tanti anni da ambulante, stagionale in Trentino e operaio nelle fabbriche di Nord Italia, aveva in Senegal moglie e quattro figli che attendevano le rimesse del capo famiglia, per tirare avanti. Questo per diversi anni. Aziz non si risparmiava nel lavoro, sempre disponibile, di carattere pacato e tranquillo, era ben voluto dagli imprenditori e datori di lavoro e aveva tanti amici anche in paese. Tutto questo all’improvviso finì: una malattia improvvisa colpì il giovane Aziz. Si era sentito male, durante la raccolta delle mele in Trentino, poi dopo un mese trascorso nell'ospedale di Trento fu trasferito a Pabillonis paese di residenza e quì incominciò il lungo calvario.
Malato, senza soldi per il proprio sostentamento e per inviare in famiglia, trovò, però, la solidarietà dei propri connazionali, soprattutto i coinquilini di via Bologna che abitando al primo piano e non potendo, Aziz, negli ultimi tempi, fare le scale, lo portavano a braccia, per fargli respirare un pò d’aria fresca in giardino.
Anche il paese gli venne incontro: la Caritas parrocchiale e i volontari della Croce Verde erano sempre presenti per accompagnarlo all’ospedale di San Gavino, dove, due volte la settimana, era sottoposto a dialisi. Lui ringraziava tutti e la sua gentilezza ispirava empatia e prometteva preghiere al dio della sua fede musulmana, per le attenzioni ricevute. Aveva una forza di volontà straordinaria e nonostante fosse debole, si recava con fatica, in farmacia e fare le commissioni e salutava sempre. Ultimamente, si spostava solo con una carrozzina e chi lo aveva conosciuto, nel pieno della sue forze, trovava difficoltà a riconoscere quel giovane pieno di vita, sorridente e gentile con tutti.
Nell’ultimo periodo era stato ricoverato nella casa di riposo a Monastir. Qui la sua situazione era peggiorata e venne ricoverato al Brotzu, dove il 25 luglio è deceduto. La sua morte ha colpito tutti coloro che lo conoscevano, i suoi connazionale residenti in paese, la famiglia e gli amici del Senegal che hanno accolto con tristezza il rientro della salma, il 31 luglio e partecipato con commozione al funerale che si è svolto il primo agosto. Perché ricordare Aziz? Il giovane senegalese, emigrato, in Italia è l’emblema dei tanti connazionali che arrivano in Italia e in Europa, per forza maggiore, e non per scelta, ma spinti dalla necessità di assicurare “un pasto” ai propri familiari lasciati in patria. Un sistema che anche in tempi non troppi lontani, aveva caratterizzato anche tanti pabillonesi che negli anni 50/60, soprattutto, avevano abbandonato il paese per cercare lavoro nel Nord Italia e in Europa, come manovali operai e minatori e altri lavori umili, ma anche in Sud America e in Australia. Molti, per tanti anni, non tornavano neppure in paese, sia per la lontananza che per la spese di viaggio. Anche Aziz aveva questo problema e poche volte era potuto tornare, soprattutto, durante la malattia, per riabbracciare la moglie e i figli; pochi giorni fa è tornato nel suo Senegal, ma dentro una bara senza poter rivedere i propri cari.
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