Casa Tuveri, teatro dello scontro[/caption]
Il 6 maggio del 1944, giorno tristemente noto ai collinesi per gli effetti nefasti che produsse tale arroganza, i paracadutisti scavalcarono il portone d’ingresso dell’abitazione del signor Roberto Tuveri sulla Via Garibaldi (oggi “Casa Tuveri” di proprietà del Comune), al fine di mettere in atto il loro programma. Roberto Tuveri, un omone robusto e prestante, vecchio cacciatore, di carattere abbastanza austero, che nella sua vita non aveva mai rinunciato a indossare il costume sardo, per nulla intenzionato a privarsi del proprio fucile, era intento a scavare una buca in prossimità del loggiato che costituiva la tettoia- ricovero per i buoi (testimonianza a suo tempo resa allo scrivente dal figlio Raimondo), nell’intento di sotterrarvi il proprio fucile con le relative munizioni. Alla vista dei paracadutisti che, scavalcato il portone con le armi in pugno gli intimarono di consegnare l’arma, Roberto Tuveri tolse dal sacco che lo conteneva il proprio fucile e, caricatolo con le cartucce a palla asciutta, utilizzate per la caccia grossa, di cui era appassionato, e riparandosi dietro uno dei tanti pilastri in pietrame intimò a sua volta ai paracadutisti di uscire.
Ne scaturì un conflitto a fuoco che ebbe tragiche conseguenze per un incolpevole giovane, padre di quattro figli, colpito a morte da un proiettile mentre, lavorando nella casa contigua, ebbe l’incauta idea di affacciarsi nel muro di cinta per rendersi conto di quanto stesse succedendo.
Intanto, perdurando il conflitto, il fucile da caccia del Tuveri, sollecitato da un uso improprio, s’inceppò e costrinse il signor Roberto a scappare nella vicina campagna, scavalcando una finestra ubicata nel prospetto posteriore della propria abitazione, dalla parte del vicolo che immette sulla Via Felice Uda. Secondo l’autore del citato libro, il risultato fu di un morto e un ferito, che diede origine a un dibattimento nel quale “il Tuveri fu assolto per legittima difesa”.
Riprendendo la triste cronaca della tragica giornata, avvenne che i paracadutisti accorsi in soccorso dei primi due, non incontrando più alcuna resistenza, s’introducessero con forza all’interno dell’abitazione e, non trovando più il signor Roberto, presero in ostaggio una sua giovane figlia.
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Mariuccia Mancosu[/caption]
La notizia di quanto accaduto cominciò a circolare velocemente fra la gente del paese; giunse anche al vicino Municipio, dove qualcuno pensò d’informare dell’accaduto il comando della stazione Carabinieri di Sardara. Mancando all’epoca i telefoni, l’unico modo di comunicare con urgenza il messaggio non poteva che essere “l’alfabeto Morse”, tramite l’Ufficio Postale. Una delle cose più difficili consisteva, consisteva nel far passare il messaggio da trasmettere attraverso il nugolo di militari infuriati che presidiavano lo spazio compreso fra il Municipio e l’Ufficio Postale, fra loro distanti poche decine di metri.
Se ciò avvenne senza intoppi, permettendo ai Carabinieri di Sardara di bloccare il convoglio che trasportava la ragazza al comando della “Nembo”, liberandola, senza nulla togliere alla scaltrezza di chi aveva ideato e composto il messaggio, si deve in particolar modo al signor Casciu Giovanni, all’epoca Messo comunale e Portalettere.
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Giovanni Ccasciu[/caption]
Questo signore, che recandosi all’Ufficio Postale per prelevare la posta da distribuire, era solito portarsi appresso una brocca di terracotta per attingere acqua dal pozzo ubicato nel cortile interno dello stabile che ospitava detto ufficio, compì anche quel giorno il percorso abitudinario, celando però all’interno della brocca il testo del telegramma da trasmettere, riuscendo a passare inosservato in mezzo ai tanti militari imbufaliti che presidiavano la piazza.
Questa è la triste cronaca di un giorno tetro per Collinas, che presumibilmente risveglierà nefasti ricordi a quanti hanno vissuto quei tempi, ma che nello stesso tempo vuole essere d’insegnamento per le giovani generazioni, affinché attraverso le testimonianze del passato possano sempre trarre motivo di riflessione, al solo scopo di evitare il ripetersi di simili situazioni.
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