La mia famiglia era alla ricerca di una nuova casa in affitto, la scelta dipendeva dalla presenza o meno di un forno a legna per cuocere il pane. In quegli anni diverse case del Campidano, come del resto in tanti altri paesi della Sardegna, esistevano ancora dei forni piccoli e grandi, a seconda dell’esigenza della famiglia, costruiti a cupola in lardiri (mattoni fatti di fango e paglia induriti al sole) o in mattoni cotti pieni, dove era consuetudine cuocere il pane per la propria scorta settimanale. Anche se il periodo delle ristrettezze dovuto alla grande guerra era ormai alle spalle, diverse famiglie lo facevano per i clienti affezionati a quei vecchi sapori e nonostante a Pendio Grande esistessero già le panetterie con nuove macchine impastatrici e forni elettrici che fornivano i negozi alimentari dove la maggior parte della gente ormai comprava per le proprie necessità. Noi avevamo bisogno di continuare la produzione da cui la nostra famiglia, a parte i proventi di alcune vigne, traeva il suo maggiore sostentamento economico, anche a costo di molti sacrifici e dei disagi che tale mestiere comportava. Così trovammo al centro del paese, da una signora rimasta sola dopo la morte dei suoi genitori, una casa sufficientemente grande per tutta la nostra famiglia. Eravamo in sette e si ebbe la possibilità di proseguire per i nostri clienti quel vecchio mestiere che ormai stava scomparendo dal paese.
La proprietaria, che chiamavamo signorina Mariedha, era una donna di mezza età e forse per le sue esagerate pretese o per la naturale diffidenza non si sposò mai, nonostante avesse un carattere aperto e le piacesse la conversazione e la compagnia. Proprio per questo motivo, per avere compagnia, accettò di affittarci la casa e si ritirò in due camere indipendenti con la porta che dava sullo stesso ampio loggiato che comunicava anche con la nostra. La casa in questa via del centro era costruita in fondo a un lungo cortile e si accedeva tramite un bel portone in legno massiccio con una arcata in mattoni rossi che proseguiva con un loggiato (sa lolla ‘e su pòtabi) coperto che dava sulla strada. Affianco si trovavano altri due ambienti che davano anche quelli sulla strada e che un tempo, quando erano ancora vivi i suoi genitori, erano adibiti a negozio di ferramenta. Lungo il cortile con i muri confinanti altissimi, verso destra c’era sa funtà con degli alberi di acacia più o meno alti, mentre a sinistra, sempre nel cortile, c’era il gabinetto all’aperto con a fianco un albero di fico gigantesco, che nella sua stagione, i rami più alti, davano frutti neri e succosi (figuera perdingianu). Albero, dove io salivo spesso anche per vedere e spiare i cortili attorno alla casa; per me era come affacciarmi a un altro mondo.
In fondo, a fianco del fabbricato, c’era su magasinu apomentau (la cantina con la pavimentazione in terra battuta) ormai in disuso, dove si trovavano ancora alcune botti per il vino, sfatte per non essere più state usate da anni e alcune giare in terracotta vuote, usate a suo tempo per conservare l’olio. Nella parte posteriore della casa c’era un piccolo cortiletto dove dava la finestrella di quella che sarebbe diventata la mia camera. Nella parte opposta alla cantina si trovava il forno, collegato dalla bocca alla cucina.
La cosa che mi aveva reso da subito simpatica quella casa, era il grosso e alto albero di fichi neri, di cui io presi subito possesso e che mi riportava agli alberi della casa della mia infanzia. Questo rendeva felice anche la proprietaria che assieme alla mia famiglia poteva così assaporare quei bei frutti, che io solo, riuscendo a inerpicarmi sui rami più alti, potevo a cogliere. Le mie sorelle, furono altrettanto felici di trovare in signorina Mariedha una sorella maggiore con cui conversare, ma soprattutto perché la casa era posizionata al centro del paese e per loro era più vicina alla piazza centrale, alla stazione ferroviaria e al posto di lavoro di quella maggiore. Mia madre e tutta la famiglia potevamo quindi riprendere a fare il pane tutti i giorni escluso la domenica, sia per noi che per venderlo ai nostri fedeli clienti.
Signorina Mariedha, che vestiva sempre di nero col fazzoletto in testa che la rendeva più vecchia dei suoi anni, era una donna loquace e forse per il lungo periodo vissuto in solitudine dopo la scomparsa dei suoi, era diventata come una di casa e una buona compagna anche per mia madre. Anche se viveva indipendente nelle sue camere, la sera era sempre da noi, in cucina a scaldarsi nel caminetto che nei periodi freddi era sempre acceso. In tarda mattina, invece per scaldare le sue stanze, recuperava il solito braciere colmo dei carboni che venivano ammucchiati all’imboccatura del forno una volta scaldato per cuocere il pane.
Si dedicava spesso al lavoro dell’uncinetto, facendo dei centrini a mano, che ancora in quel periodo erano apprezzati e che vendeva alle clienti che si accordavano sul prezzo da lei stabilito.
Dove prima stava il negozio di ferramenta, le stanze erano ancora occupate dalle merci che erano rimaste da quando aveva dovuto smettere l’attività, con tutti gli arredi, come se il tempo si fosse fermato. Sa mèri, aveva cercato anche di vendere quanto rimasto del negozio, ma essendo piuttosto tirchia e pretendendo più di quanto quella merce potesse valere, finì che nessuno, neanche tziu Desideriu, che aveva il suo negozio di ferramenta in una strada lì vicino, l’acquistò. Rimase quindi lì invenduta a deteriorarsi, tanto che la ruggine corrose gli oggetti in ferro e i tarli infestarono i cassetti in legno della scaffalatura. Lo stesso successe per le botti in rovere e in castagno della cantina, non trovando l’accordo con gli acquirenti, a cui lei pretendeva di venderle a un prezzo come nuove, restarono lì, e in pochi anni si sdogarono (si disfecero) senza che ci avesse guadagnato qualcosa, pentendosi col senno del poi.
A casa avevamo zu ziru (orcio di terracotta), che ci portavamo appresso di casa in casa, fatto in terracotta con la bocca larga e smaltato all’interno con la cristallina per renderlo impermeabile, dove si conservava la scorta dell’acqua fresca per bere e che alcuni usavano anche per la conservazione dell’olio. Ricordo che un giorno, per una buona annata di olive venne tziu Enniu, un facoltoso agricoltore del paese che chiese di poter acquistare una pariga de zirus che la proprietaria aveva ancora nel magazzino inutilizzate da diverso tempo. Nonostante il prezzo più che buono che lui le proponeva, lei pretendeva ancora di più perché sempre secondo lei, il contenuto con cui le avrebbe riempite, cioè l’olio di oliva, aveva un certo valore e quindi andavano pagate un prezzo maggiore. Una pretesa esagerata, figuriamoci se fossero state riempite d’oro, il costo sarebbe stato ancora più alto, ma al momento erano riempite solo d’aria e come si sa l’aria non costa niente.
Ritornato, forse spinto dalla necessità, tziu Enniu, accettò il suo prezzo. Ma lei allora pretese ancora di più, e anche stavolta “chi troppo vuole nulla stringe”. Le restarono le giare che nel tempo si rovesciarono e si ruppero in mille pezzi e lei a lamentarsi e rimproverarsi di non averle vendute a suo tempo, quando gliele avevano richieste.
Pensavo che una volta morti i suoi genitori e sposato l’unico fratello con cui non andava d’accordo avesse passato un brutto periodo di privazioni e ristrettezze che le avevano imposto di risparmiare fino all’ultimo centesimo. Signorina Mariedha era una figura magra dai lineamenti fini, nella vita non si era mai affaticata più di tanto, forse un poco viziata in famiglia, aveva svolto solo lavoretti leggeri, da signorina. Vestiva di nero, utilizzando gli abiti che forse le erano rimasti dalla madre rimasta vedova e che si faceva adattare da qualche sarta. Per non spendere non comprava mai niente! Tutto per lei era un risparmiare, anche gli abiti pretendeva che fossero riadattati gratis o per amicizia.
Alle volte si faceva ospitare, anche per dei lunghi periodi tempo, da qualche famiglia o qualche amica affezionata, facendo intendere che se l’accudivano avrebbe lasciato loro la casa e quanto possedeva, fino a quando queste non si accorgevano della sua estrema avarizia e la obbligavano ad andar via. Diverse persone raccontavano che talvolta, siccome era sola, si legava a delle famiglie e fin quando poteva sfruttava la generosità e la buona fede degli altri.
In tutto il tempo che abbiamo vissuto in quella casa non ci fu mai un regalo o qualcosa che potesse essere tale, nonostante i diversi favori che riceveva da noi. Mia madre spesso le portava del pane appena sfornato, qualche piatto di pasta o minestra e le sere d’inverno la accoglieva sempre nella nostra cucina a scaldarsi al nostro camino, per risparmiare il gas della sua stufetta che accendeva raramente.
Nell’ultimo periodo quando vivevamo in quella casa, sa mudixedha, una nostra zia ci regalò la sua vecchia televisione quadrata di color grigio chiaro e la sera signorina Marieta si fermava spesso fino a tardi, invece di ritirarsi nelle sue stanze quando mia madre preparava la cena e apparecchiava la tavola per noi, lei continuava a restare seduta imperterrita guardando la televisione, aspettando di essere invitata a cena. E mia madre, per atto di cortesia si sentiva costretta ad accettarla. Non si faceva certo pregare e si accomodava subito a tavola con noi.
Io la paragonavo a un topo perché tutto quanto lei accumulava o risparmiava, anche la pensione, non si sapeva dove andasse a finire. Mi davano fastidio certe pretese quando coglievo i fichi: era sempre di guardia e aspettava che scendessi dall’albero col cestino per prenderlo prima ancora che lo portassi dentro casa. Così succedeva anche quando tornavo dalla vigna con la bici, con su scatedhu prenu di uva da tavola, lei era sempre pronta cun is ogus in foras bramosi e mia madre, con mio rammarico, gliene offriva sempre qualche grappolo che lei correva a portarlo dentro le sue stanze. Alle volte, nonostante l’età, mi sembrava proprio che si comportasse come una ragazzina viziata, tutto gli era dovuto e tutto desiderava.
In quel periodo frequentavo le scuole medie e in quel nuovo vicinato, con la strada dedicata alla Giudichessa D’Arborea, mi fu facile fare amicizia con alcuni coetanei che erano anche compagni di scuola, in particolare con Giancarlu, una brava persona positiva che stimo tutt’ora. Dividevamo gli stessi interessi per il collezionismo di monete antiche e reperti archeologici che andavamo a cercare in campagna; con i ragazzi del vicinato realizzavamo dei carrelli in legno con dei cuscinetti in acciaio con cui facevano le gare nelle strade finalmente asfaltate. Altre volte, invece che in strada, i giochi si svolgevano nell’ampio cortile de tziu Basibi, un ricco proprietario terriero, o nella segheria de tziu Fortunau, dove facevano le cassette in legno per incestare i carciofi. Con il figlio, che era mio coetaneo, le sere d’estate quando gli operai non lavoravano nella segheria e faceva buio, ci sdraiavamo pancia in giù sulle tegole ancora calde del tetto di un basso loggiato che si affacciava sulla sala all’aperto del cinema Iris, de su Ingigneri, e ci godevamo gratis i film che proiettavano, nonostante le proteste della maschera della sala che spesso ci riprendeva se facevamo chiasso, specie quando ci trovavamo in tanti. Fino a quando non si lamentò con tziu Fortunau, che per paura che potesse crollare quel vecchio loggiato non ci fece più entrare, e tutto finì.
Nei pomeriggi caldi e afosi dell’estate, all’ombra de su magasinu di casa che restava sempre fresco, giocavamo con dei soldatini di plastica che si trovavano allora nei fustini dei detersivi e scavavamo, nella pavimentazione in terra battuta, strade, sottopassaggi, fortezze e palizzate fatte piantando le stecche in legno dei gelati che ci procuravamo in strada. Tanto che, dopo un paio di giorni, divenne un vero e proprio formicaio pieno di buche dove non si poteva neanche più camminare, se non trascinandoci con le ginocchia come facevamo noi. Una sera capitò che la proprietaria, non essendoci luce elettrica per illuminare, inciampò dentro una delle buche e protestò con mia madre che mi obbligò a rimettere tutta la pavimentazione a posto e a non tornare più lì a giocare. Così, a malincuore anche per i miei amici, quel passatempo finì.
Dopo qualche anno la mia famiglia comprò una casa in un altro vicinato e ci trasferimmo, lasciando la casa di signorina Mariedha che rimase sola, comunque visto il rapporto di amicizia che si era creato continuava a venirci a trovare la sera anche nella nuova casa.
Quando alcuni anni dopo morii, si seppe che tutti i suoi averi erano finiti nelle mani di quei parenti con cui da cinquant’anni no si faiant e a cui non avrebbe mai voluto lasciarli.
I soldi, che aveva risparmiato e accumulato in banca per tutta la vita e non aveva mai voluto spendere e che non si era goduta, passarono cosi ad altri, senza considerazione per tutte quelle persone semplici, che in buona fede o per generosità l’avevano aiutata e si erano adoperate per ospitarla e assisterla nella sua vecchiaia.
La vita insegna che delle promesse fatte dalle persone susuncas e asurìdas (avare e tirchie) non bisogna mai fidarsi!
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