Chi sono i Shardana


Ma chi sono questi “Shardana”? Chi ha letto la “Storia della Sardegna” di Raimondo Carta Raspi, non può aver trascurato il quarto capítolo con i suoi ventun paràgrafi (I Shardana e le città stato). Già dalle prime pàgine si capisce che “Sardus” è tèrmine corrispondente a “Sardan”, a “Sandan”, “divinità agraria”, come scrive Carta Raspi; e la Sardegna era anche detta Sandaliotin, sempre per ricordare la divinità epònima. La forma del piede o del sàndalo non c’èntrano per niente con il nome dell’ísola, anche se ha la forma d’un piede o di un sàndalo e anche se la divinità dell’ísola, Sandan, aveva come emblema proprio un sàndalo. A parte il mitològico Ícaro o qualche eroe di fumetto, nessun altro uomo aveva le ali e gli aeroplani non èrano stati ancora inventati (a meno che non si creda agli uòmini venuti dallo spazio, come quelli che s’intravédono o, meglio, s’immàginano nelle incisioni preistòriche di migliaia e migliaia d’anni fa in alcune rocce della nostra terra). Ecco, lo stòrico linguista sardo índica i percorsi dei Shardana verso l’ísola della colonizzazione come “fenòmeno migratorio asiano”. Ci fa sapere che Shardana è parola asiana che proviene da “Sard-ena”, “Sard-ina”, “Sard-ana”,ossía da “Sard” e dai suffissi ètnici che signíficano “gente”, “pòpolo” e quindi vuol dire “Pòpolo di Sand, Sard, Sardò, Sardòn”, pòpolo della divinità Sandan, pòpolo sardo, pòpolo dei Sardi. Ci informa però che alcuni altri studiosi pènsano che i Shardana fòssero líbici. Ma tutti gli stúdi vògliono convíncerci che i Shardana proveníssero originariamente dalla Lidia. Altri Shardana provénnero, poi, dalla Fenicia e dall’Egitto, da quelle terre dove èrano approdati sècoli prima. E fúrono proprio i Shardana ad unirsi al “Pòpolo dei nuraghi”, divenendo un solo corpo, per combàttere contro gli Egiziani, prima di diventare anche “mercenàri” di questi últimi, ma solo temporaneamente mercenàri. Ma certamente le loro radici èrano nella loro terra, la Lidia, sia che fóssero arrivati nell’ísola direttamente, sia che fóssero giunti dall’Egitto e dalla Fenicia. Si diffuse nell’ísola l’alfabeto fenicio, proprio in quel período; e i Shardana lo conoscévano bene, come risulta dalla famosa iscrizione di Nora e da tante altre, quando non compàiano incise in lingua greca o latina. È certo però che ”in sa lingua sarda” ben poco è rimasto di lingua fenicia. Non ce n’è traccia, nonostante le convinzioni del Wagner, a parte quella decina di vocàboli che troviamo o potremmo ancora trovare nella nostra lingua campidanese. Scrive, Raimondo Carta Raspi che è proprio vero il contrario: c’è la presenza della lingua dei “Shardana” non solo nella Fenicia, ma anche in tutti i paesi delle terre intorno: cosí Zardana (tra i Crociati era chiamata Sardone), Sardanas presso Tiro e cosí pure Sardenay, Sardin. E tanti altri ancora sono i nomi di quella lingua, i topònimi e gli antropònimi: Arzuna, Ashara, Balat, Birrali, Bithias, Biti, Cara, Càrala, Sharta, Kerkil, Kurin, Gerra, Gonia, Lair, Matthana, Marra, Merke, Melis, Miliz, Orthosia, Otthara, Sarbana, Tharrana, Usala, Usana, Ullaz ecc… I Shardana non eran tutti guerrieri, anzi eran soprattutto pescatori e fondàrono villaggi sul mare, veri porti-villaggi, come Karalis, Nora, Bithia, Solki, Tarros e Cornus. Già nel IV sècolo a. C. eran conosciute e molto richieste le “sardine” che venívano esportate in tutte le terre del Mediterràneo, come c’informa Aristòtele (anche se le informazioni vèngono quasi sempre di terza mano per quanto riguarda i suoi scritti). In ogni caso il nome e il pesce era dappertutto. E pensiamo ai tanti nomi della Spagna dove, con le sardine, ci sono anche gli àsini e la felicità. Èccone alcuni: sarda (che vuol dire, oltre che “sardina”, “pesciolino di fiume”, “bosco cespugliato”, “stuoia di giunchi”); sardana (ballo catalano); sardés-sardessa (aggettivo che si riferisce ad una regione franco-catalana, ma signífica anche “sardo-sarda” , della “Cerdagna”, dell’ísola nostra); sardañoy (gioioso); sardenar (“giudicare”, ma anche “condannare”); sardón (luogo di sterpi); sardesco-sca (“scontroso-sa, ma anche “àsino-a”) e cosí via. Sono tutti nomi che ripòrtano alla parola “Shardana”. Per quanto riguarda la pronuncia di “Sha”, alcuni studiosi sono convinti che quella originale fosse “Scià” (ossía Shardana dovrebbe pronunciarsi Sciardana). Penso che non sia stato fàcile per loro conóscere il suono, la pronuncia esatta, l’ortoepía di questa parola cosí scritta, Shardana (che in lingua italiana Sardana si pronuncia), per me non è fàcile come síano giunti a capire, dopo milleduecent’anni prima di Cristo e ancora altri duemila, che la pronuncia giusta sia invece “Sciardana”. Certo è però che, in Italia, Shardana si legge ordinariamente e sicuramente cosí come se si leggesse Sardana, non rinuncio a ripèterlo. Almeno cosí ci hanno insegnato le nostre grammatichette. E certamente fanno testo i tanti buoni scrittori che c’inségnano a pronunciare italianamente la parola. E Raimondo Carta Raspi, uno dei migliori intellettuali della Sardegna, giornalista e saggista, scriveva “i Shardana” ed perciò chiaríssima la pronuncia “Sa” della parola, poiché  è preceduta dall’artícoli “i”; e l’ha scritta in tal modo decine e decine di volte. E siamo in buona compagnía. Scrive alla stessa maniera anche lo studioso Doro Levi, ricco di conoscenze profonde d’Archeología clàssica e collaboratore esimio di chiara penna dell’Enciclopedía italiana Treccani che, nella sua esposizione sui “pòpoli del mare”, indicando i Shardana, scrive esattamente “i Shardani”. Piú italiano di cosí! Ciò conferma che la parola Shardana – Shardani, come attesta l’articolo determinativo usato, si legge, si pronuncia nell’único modo corretto, cosí come è scritto, appunto, con l’acca muta, che non modífica affatto la pronuncia dell’esse che la precede. Pertanto chi ci impedisce di scrívere Sardana, cosí come si scrive Sardegna, Sardo ecc…? Non è supportata da nessuna lògica la lettura Sciardana. Per quanto mi riguarda, sono stato il suggeritore dei miei amici villacidresi,i fratelli Gianni e Àngelo Saíu (Roberto era giovaníssimo e Francesco, òttimo chitarrista di sangue e originale compositore, non era ancora nato) che, ancor oggi noti, ma divisi, formàrono un gruppo musicale di grande successo in tutti gli anni Sessanta fino agli anni Novanta dello scorso sècolo, nella scelta del loro nome, che è proprio questo con tanto di artícolo: I Shardana. Ne scrisse, allora, Giàcomo Serreli, inserèndoli nel suo “Sardegna rock” del 1991 e, anche lui, giustamente scrisse “i Shardana”, nonostante l’iniziativa della loro “guida” organizzativa avesse americanizzato la pronuncia in Sciardana: The Shardana. Basterebbe lèggere qualche riga in piú in un qualsíasi píccolo enchiridio grammaticale di ortoepía italiana senza disturbarsi cerebralmente negli anfratti senza fine delle originarie pronunce che, oggi, sono certamente ancora segretamente misteriose ed oscure, anzi, totalmente buie, essendo passati, io credo, piú di tremila anni. E, in fondo, in Sardegna, a Villacidro, i Shardana non sono i pòpoli del mare, sono gli artisti dell’eccellente gruppo musicale di un tempo meraviglioso, l’età dei sogni. Efisio Cadoni

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