Call center: l’intrusione che ferisce cittadini e lavoratori


Le telefonate dei call center sono diventate una presenza fissa e molesta nella vita di milioni di cittadini
Call center: l’intrusione che ferisce cittadini e lavoratori

Sergio PibiriC’è un rumore che entra nelle case senza permesso, interrompe il lavoro, spezza il riposo, altera la quiete quotidiana. È il rumore dei call center, diventato una presenza fissa e molesta nella vita di milioni di cittadini. Chiamate a raffica, numeri anonimi, offerte imposte, voci che irrompono quando nessuno le ha chieste. Il telefono, strumento nato per mettere in contatto le persone, viene piegato a un uso aggressivo che assomiglia sempre più a una forma di occupazione dello spazio privato.

Ma sarebbe troppo comodo prendersela con chi sta dall’altra parte della linea. Gli operatori dei call center, nella maggior parte dei casi, non sono i colpevoli: sono l’anello più debole della catena. Lavoratori precari, sottopagati, spesso sottoposti a ritmi insostenibili, a controlli ossessivi, a obiettivi commerciali imposti con brutalità. Anche loro vittime di un sistema che monetizza tutto, perfino il disagio di chi chiama e di chi riceve la chiamata. Il problema non è la voce che sentiamo al telefono, ma il modello che la costringe a trasformarsi in pressione commerciale.

Ed è proprio qui che la denuncia deve farsi più netta. Si è normalizzata l’idea che il tempo del cittadino sia disponibile per il profitto e, insieme, che il lavoro possa ridursi a una catena di montaggio della persuasione. Da una parte persone disturbate, esasperate, talvolta raggirate; dall’altra lavoratori costretti a recitare uno script, a insistere, a vendere comunque, sotto il ricatto silenzioso del contratto che scade, delle provvigioni che mancano, del turno successivo già appeso a un risultato. È una doppia violenza: contro chi subisce la chiamata e contro chi è costretto a farla.

Per questo non basta dire ai cittadini di difendersi meglio, né si può continuare a colpevolizzare i singoli operatori. Serve un’assunzione di responsabilità politica e civile: regole davvero efficaci contro il telemarketing aggressivo, controlli seri, sanzioni pesanti per committenti e intermediari, filiere trasparenti, tutele vere per i lavoratori. Perché finché questo meccanismo resterà in piedi, il profitto continuerà a passare sopra tutto: sopra la privacy dei cittadini e sopra la dignità di chi lavora.

E allora bisogna dirlo con chiarezza: il vero scandalo non è una telefonata di troppo, ma un sistema che considera le persone un bersaglio e il lavoro una leva da spremere. Finché sarà così, il cittadino continuerà a essere disturbato e il lavoratore continuerà a essere usato. Difendere il silenzio delle nostre case e la dignità di chi sta all’altro capo del telefono è la stessa battaglia. E un Paese civile si riconosce proprio da questo: da ciò che decide di non calpestare mai.

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