Assemini, l’esperienza di Alessio Schirru in Sud Africa con Intercultura


di Giovanni Contu
Alessio è un ragazzo di diciassette anni. Attualmente si trova nel villaggio di Ramatjowe, poco meno di 17 ore di volo, in un’area rurale del Limpopo, la più settentrionale delle province del Sud Africa. La capitale è Polokwane. Vive in una famiglia che definisce fantastica, formata da una donna, che chiama sua madre, e tre nipotini di nove, undici e tredici anni. La qualità della vita nel nucleo familiare è piuttosto buona; esistono tutte le comodità tipiche di uno stile di vita italiano, ma non tutti in quella zona possono permettersi condizioni simili. Sveglia di buon mattino – la scuola comincia alle 7,30 – e considerato che la madre è un’insegnante, gli orari dei ragazzi coincidono con quelli dei genitori. Le lezioni terminano alle 2,30 del pomeriggio. I docenti e il resto degli studenti che vivono l’esperienza dello scambio culturale sono cordiali fra loro. In tutta la regione si parla il sepedi, una delle 11 lingue ufficiali del Sud Africa, ma tutti si esprimono in un ottimo inglese, che si impara nelle scuole. «L’Africa sta iniziando a impadronirsi di me con il suo fare gentile», dice Alessio, «che contraddistingue gli africani e con i suoi usi e costumi per noi esotici e con la sua meravigliosa accoglienza che mi ha fatto subito venir voglia di chiamarla Casa».

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