Cinquantanove racconti di fatti realmente accaduti scritti da cinquantanove autori diversi. Racconti non malinconici ne celebrazioni del “come eravamo” ma interpretazioni personali e allo stesso tempo universali di piccole grandi storie di miniera, di vita quotidiana surrealisticamente vissute e interpretate da chi con salti di centinaia di metri attraverso l’inospitale gabbia-ascensore ogni giorno faceva viaggi da brividi verso il cuore della terra, spesso verso l’ignoto. Il secondo volume di Roberto Camedda “All’ombra della sirena” , un volume quasi esclusivamente al femminile regala ai lettori attimi non solo di riflessione ma anche di sofferenza per come “la miniera ha dato ma anche tolto”. “Il giorno di paga” scritto da Renata Atzeni è tra quelli maggiormente significativi dove scenografia e copione sono quelli tipici della realtà arburese basata da secoli su un’economia agropastorale ma sopraffatta dalla sicurezza economica che la miniera poteva garantire. Renata figlia di minatore gioca con la memoria creando emozioni e sensazioni che rivivono nel racconto. E’ la storia del papà Gino cresciuto fin da bambino troppo in fretta e nella “protezione” di uno zio materno e autoritario che ben presto gli insegnò l’arte della pastorizia. Un mestiere non in grado però di garantire le certezze sufficienti a garantire un presente e un futuro meno problematico per la sua famiglia. “Si era sacrificato suo padre, babbo Michele morto di silicosi, lo aveva fatto per la famiglia e adesso toccava a lui. Era la decisione giusta. Il primo gennaio del 1971 per la prima volta Gino udì il suono della sirena”. Si legge nel racconto di Renata Atzeni. [caption id="attachment_62212" align="alignnone" width="648"]
Montevecchio, Pozzo Sartori[/caption]
I suoi viaggi nelle viscere della terra raggiungevano anche gli ottocento metri di profondità. La miniera aveva portato benessere. Ma anche dolore sofferenze e lutti. Il 27 febbraio del 1980 nella miniera di Montevecchio si consumò l’ennesimo dramma , l’ultimo della sua secolare attività. La montagna si ribellò a Gino, Angelo e Virgilio chiedendo in pegno la giovane vita di quest’ultimo. Un grido di dolore per l'ultima ennesima vittima. Gino pur ricoperto di detriti fortunatamente rimase quasi illeso “ma da quel giorno mio padre - racconta Renata –non tornò più nelle viscere della terra. Il racconto di mio padre, colmo di emozione, pause e ricordi rimossi non lascia dubbi. Una parte di se è rimasta tra quei detriti nella galleria di Mezzena del Pozzo Sartori”.
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