Dal 17 al 20 giugno i festeggiamenti in onore di Sant’Antonio: un' emozione che ti resterà nel cuore Tutto in quattro giorni! Fede, tradizione, cultura e un pizzico di mistero: ecco gli ingredienti e le motivazioni che mettono in moto la grandiosa macchina organizzativa della festa. Sabato 17 giugno dopo la Santa Messa a lui dedicata che verrà celebrata nella chiesa San Sebastiano Martire a partire dalle ore 7,00 presieduta per l’occasione dall’Arcivescovo Mons. Roberto Carboni, la partenza. Con la processione guidata dal parroco Don Daniele Porcu ad accompagnarlo ci saranno cavalieri, gruppi folk, la Banda Musicale “Ennio Porrino” e numerose autorità civili e militari. Martedì 20, dopo essere stato per due giorni ospite nella borgata di Sant’Antonio di Santadi nella chiesetta a lui dedicata e dopo numerose manifestazioni civili e religiose, il rientro che riporterà Sant’Antonio ad Arbus nella sua dimora abituale. La chiesa a lui dedicata presente nella borgata costruita nel corso della prima metà del XVII secolo venne rifatta in modo non restaurativo e riconsacrata il 18 giugno del 1950 dopo che un anno prima veniva demolito il “grande e sinuoso campanile a vela a luce arcuata”, un autentico capolavoro ormai immortalato solo in immagini e foto d’epoca.
I preparativi sia quelli istituzionalizzati, affidati al comitato organizzatore per la parte civile e alla chiesa per quella religiosa, sia quelli spontanei, individuali o collettivi, fervono da tempo febbrili e carichi di enfasi. La partecipazione popolare cresce di anno in anno. Migliaia, come tradizione vuole, i fedeli presenti alla partenza: altrettanto quelli che il Santo troverà qualche ora più tardi al suo passaggio a Guspini. Centinaia, tra i quali moltissimi giovani, quelli che lo accompagneranno nel suo lungo pellegrinaggio verso Santadi. Una devozione, che si tramanda oralmente da secoli di generazione in generazione. Sempre uguale, sempre la stessa, semplice e senza alcuna rivisitazione che la modernità informatica o tecnologica possa modificare. Le quattro giornate della festa dedicate al Santo moralmente patrono dell’intero territorio costituiscono il culmine di un connubio di fede, devozione, folclore e tradizione. Raccontarne l’evento, la grande festa, la grande ricorrenza che da oltre tre secoli si ripete, diventa facile, forse anche ripetitivo, ma come sempre straordinariamente affascinante.
Gli emblemi della festa.
La tradizione che diventa rito. Trentaquattro sono i km che separano la chiesa di San Sebastiano di Arbus, dimora abituale del Santo, da quella di Santadi a lui dedicata. Oggi come tre secoli fa questa festa di antiche origini contadine rimane nelle sue caratteristiche peculiari praticamente immutata: quattro giorni all’insegna della devozione e del divertimento dove riti religiosi e riti civili mantengono intatte le loro tradizioni continuando a regalare fascino, emozioni e colori.
La processione.
Migliaia le presenze dei fedeli sia alla partenza del Santo sia all’arrivo che avviene a tarda serata, dopo la consueta sosta pranzo a Mattianni, nella borgata di Sant’Antonio di Santadi. La stessa situazione si verifica il martedì quando “Antoni Santu” percorre il cammino inverso per far rientro alla sua alla Chiesa parrocchiale di San Sebastiano, sua dimora abituale. Due interi paesi quello di Arbus e quello di Guspini si riversano festanti in strada inghiottendo in un bagno di folla l’antico cocchio di colore bianco evidenziato da particolari ornamenti giallo oro e ulteriormente impreziosito e abbellito da gigli e garofani bianchi. Cocchio, “Su coggiu”, trainato, come antichissima tradizione vuole, da un gioco di buoi all’interno del quale è posizionata ben visibile la statua del Santo. La tradizione raggiunge il massimo della sua magnificenza e fascino quando la statua del Santo dopo la messa viene collocata all’interno del cocchio e muove i primi passi verso la lontana destinazione.
Sa ramadura.
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Sa Ramadura[/caption]
Il percorso iniziale e cosparso da una suggestiva cascata di colori della
infiorata ottenuta dallo spargimento per terra di migliaia e migliaia di coloratissimi e profumatissimi petali di fiori sparsi lungo il corso principale da uomini, donne e bambini vestiti in abiti tradizionali. Tantissimi i fedeli che anticipano la marcia del Santo con il canto del rosario e la classica “Ave Maria in sardo”. Tantissimi I figuranti in costume tradizionale provenienti dai più svariati centri dell’isola, i cavalieri e “Is traccas” quelle a tetto tondeggiante tipiche dell’arburese, trainate da animali, imponenti quanto maestosi buoi, o motorizzate: sempre belle, colorate e accuratamente e amorevolmente preparate, impreziosite e arricchite da tappeti, arazzi e tantissimi fiori.
Della colonna sonora, figlia anch’essa di una sardità sempre più identitaria, se ne occupano lungo tutto il percorso le numerose fisarmoniche, launeddas e organetti che intonano i tradizionali balli sardi e i canti a “Trallallerusu”. Non manca “Su coccoi de sa festa” elemento centrale, tra i più suggestivi della festa, messo in forte risalto attraverso la celebrazione e la distribuzione del pane, ma anche elemento decorativo insieme a “Su pani de saba” delle traccas a motore o come ornamento delle corna dei buoi. Non mancano, tradizione davvero antica, “ Is croccorigas” naturalmente piene di un buon vino d’annata, le zucche, gelosamente personali ma spesso e volentieri offerte con impeto di generosità e ospitalità per un piccolo sorso a coronamento di un gemellaggio occasionale sancito durante il lungo pellegrinaggio. L’arrivo a Santadi avviene a tarda sera dopo la necessaria sosta per il pranzo a Mattianni la stanchezza negli animali e nei tantissimi fedeli che hanno accompagnato il Santo è visibile ma non può rappresenta un alibi. Il Santo viene accolto da un lungo applauso e dai fuochi d’artificio cui segue la messa e due giornate di festeggiamenti che animeranno non poco la borgata.
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Sa Ramadura, gioiosa preparazione[/caption]
Curiosità.
La devozione e l’amore per il Santo accomuna i centri di Arbus e di Guspini quelli maggiormente coinvolti nell’organizzazione della festa e comunque unici centri abitati in cui il Santo transita nel suo lungo pellegrinaggio. Ma non sempre era così. Il primo passaggio del simulacro a Guspini si ebbe luogo l’11 giugno del 1876. Fino a quel momento infatti simulacro, processione e traccas non transitavano a Guspini. Lo aggiravano passando per la strada denominata (tuttora) dai guspinesi “sa ia de is Arburesusu”. L’innesto in direzione Santadi avveniva dopo qualche chilometro del passo Genna e Frongia nella località di “Perd’e Cuaddu”, strada che da Arbus porta a Montevecchio e dal centro minerario si proseguiva poi verso Mattianni.
Infine un detto, quello più famoso che meglio rappresenta la festa e le sue complicità: “Po Sant’Antoni chi esti sposu ndi torrada storrau, chi esti bagadiu ndi torrada sposu”. Detto ancora straordinariamente attuale dal momento che la festa è da sempre occasione d’incontro e di divertimento, tra giovani ma non solo, dove talvolta possono nascere grandi o piccole storie d’amore.
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