Arbus, da San Lussorio a San Sebastiano


L'enigma del cambio di patrono e l'eco di un'antica devozione dei due santi
Arbus, da San Lussorio a San Sebastiano

La demolizione della chiesetta di San Lussorio nel 1956 sembrò cancellare uno dei luoghi più antichi della memoria religiosa arburese. Tuttavia, gli scavi effettuati tra il 5 febbraio e il 15 maggio del 2009, hanno riaperto interrogativi importanti sulle origini religiose del paese e sul passaggio del patronato da San Lussorio a San Sebastiano. 

LA CHIESETTA DI SAN LUSSORIO
Nel 1956, chi camminava per le strade di Arbus si trovava di fronte un edificio che sembrava aver fatto un patto di saggia resistenza con il tempo. Era una chiesetta dall'aspetto umile, tipico dell'architettura religiosa del periodo spagnolo in Sardegna: pianta rettangolare allungata, murature massicce intonacate e copertura a doppio spiovente con coppi sardi tradizionali. La facciata era priva di decorazioni, con un semplice portale architravato rettangolare, sormontato da una lunetta semicircolare a tutto sesto, protetta da una raggera. Sopra il prospetto vi era un modesto campaniletto a vela, costruito in muratura grezza.

L'INDAGINE ARCHEOLOGICA 
Nel 2009, lo scavo effettuato per i lavori di riqualificazione della piazza San Lussorio, portò alla luce i resti delle fondazioni dell'antica chiesetta conservatesi nell'abside semicircolare, in parte nel muro meridionale e con poche tracce del muro settentrionale. Vennero inoltre alla luce le sepolture del vecchio cimitero, dismesso nel 1865. L'Amministrazione comunale decise quindi di procedere con indagini archeologiche nella necropoli e nella struttura superstite della chiesetta. Dall'indagine archeologica, il dottore in archeologia Fabrizio Fanari, desunse le dimensioni dell'edificio di culto, stimando in circa quindici metri la lunghezza e sei la larghezza. La cartografia in una mappa del 1873 pone la chiesa, con l'abside semicircolare, circondata da un muro esagonale che delimitava il sepolcreto. Il cimitero, probabilmente, conserva la memoria del primo nucleo sacro; nella Sardegna medievale si trovava quasi sempre presso la prima chiesa del villaggio. È possibile che, in epoca giudicale, la primissima e modesta parrocchia fosse proprio la chiesetta di San Lussorio, nata insieme all'antico cimitero. Dallo scavo emersero i resti di numerosi individui che presentavano il medesimo orientamento, ossia con i piedi rivolti all'altare della chiesa. Dall'esame antropologico si desunse che le sepolture fossero collegate all'edificio di culto: chiesa e cimitero nascevano e crescevano assieme. 

DILEMMA ARCHITETTONICO E CRONOLOGICO: 
ROMANICO O SEICENTESCO? 
Un'abside semicircolare evoca immediatamente la tradizione romanica (XI-XIII secolo). Nella sua relazione, il dott. Fanari pose la chiesetta al XVII secolo, descrivendo semplicemente l'ultima fase edilizia o, forse, una sua ricostruzione completa. In Sardegna è frequente che le chiesette di "età spagnola" siano state edificate sulle rovine di precedenti edifici giudicali-romanici. Quindi, la pianta emersa dagli scavi rappresenta la chiesetta demolita nel 1956 (fase spagnola), ma le sue fondamenta (l'abside e il basamento irregolare) affondano le sue radici, quasi certamente, in epoca medievale.
 

LA VISITA PASTORALE
L'11 aprile del 1524, mons. Andrea Sanna, vescovo di Ales Terralba, visitò la parrocchia di San Lussorio nella villa di Arbus, essendo allora curato Antonio Roger. Nel diario di tale visita, risultano presenti in parrocchia due altari: quello maggiore di san Lussorio e uno laterale dedicato a san Sebastiano. Quindi il patrono è san Lussorio, ma è presente anche il culto a san Sebastiano. 

DUE SOLDATI, UNA FEDE: 
SAN LUSSORIO E SAN SEBASTIANO
 Il nome Lussorio, "Luxoris", che a sua volta affonda le radici nel termine "lux" (luce), significa letteralmente "luce che sorge", portatore di luce. La storia di Lussorio iniziò a Cagliari sul finire del III secolo d.C. Nato da una famiglia pagana, intraprese la carriera militare e divenne ufficiale di spicco, ricoprendo il ruolo di guardia personale del governatore romano Delasio. Tra i suoi compiti vi era quello di perseguitare i cristiani. Proprio questo contatto ravvicinato con la parola di Dio, fece scattare in lui una profonda crisi spirituale che lo portò alla conversione. Lussorio, usò il suo prestigio e la sua divisa per fare l'esatto contrario di ciò che gli era stato ordinato, diffondendo il Vangelo in tutta l'isola. La sua attività non si fermò nemmeno quando, gli imperatori Diocleziano e Massimiano, ordinarono la grande persecuzione del 303-304. Arrestato, rifiutò di rinnegare la fede. Venne prima torturato a Fordongianus (Forum Traiani), ma sopravvisse rifugiandosi nelle grotte di Romana, nel sassarese. Nuovamente arrestato, venne condannato alla decapitazione nel 304 nelle campagne fuori Cagliari, nella zona di Selargius. 

LA DIFFUSIONE DEL CULTO 
Il culto di Lussorio (noto popolarmente in sardo come "santu Luxori", o "Lussurzu") è uno dei più antichi radicati e diffusi dell'intera Sardegna, sviluppatosi attraverso tappe storiche precise: Epoca bizantina e altomedievale (VI-X secolo) La venerazione per il soldato esplose subito dopo la fine delle persecuzioni. Il cuore pulsante del culto si stabilì a Fordongianus. Qui, già in epoca bizantina, venne edificata una cripta per custodirne le reliquie, sopra la quale nel XII secolo i monaci Vittorini costruiranno la chiesa romanica di San Lussorio. Epoca giudicale (XI-XIV secolo) È in questo tempo che il culto diventò "identitario" per i sardi. I sovrani dei Giudicati favorirono l'intitolazione di chiese a san Lussorio. Nacquero così santuari e parrocchie in tutta l'isola: dall'Oristanese alla Barbagia fino al Medio Campidano, dove sorgeva la stessa Arbus giudicale. Il Santo divenne il protettore delle campagne e del bestiame. Il legame con la terra e l'economia rurale Nei secoli la festa paesana di San Lussorio al 21 agosto si impose come un momento cruciale del calendario sardo e divenne la festa agraria per eccellenza. Infatti, il giorno in cui si scioglievano i vecchi contratti tra pastori e proprietari, si pagavano i debiti dell'annata e si stringevano alleanze economiche, lasciando tracce profonde nei detti e nelle tradizioni orali di molte comunità isolane. San Sebastiano nacque intorno al 256 d. C., secondo la tradizione a Narbona (Gallia romana), ma crebbe e venne educato a Milano. Di nobile famiglia intraprese la carriera militare a Roma. Venne promosso dagli imperatori Diocleziano e Massimiano al rango di comandante della Guardia Pretoriana, la scorta personale degli imperatori. Sebastiano sfruttò la sua posizione di rilievo per fare del bene: sostenne i cristiani incarcerati e ne curò in segreto le sepolture. Nel 304, durante la persecuzione di Diocleziano, venne scoperto e condotto davanti all'imperatore che lo accusò di tradimento. Sebastiano rivendicò la sua scelta dichiarando: "Sono cristiano". Condannato, legato a un palo sul colle Palatino, fu denudato e trafitto da una pioggia di frecce dai suoi stessi commilitoni, che lo abbandonarono credendolo morto. Soccorso in segreto, Sebastiano sopravvisse. Una volta guarito si presentò dinnanzi a Diocleziano, rimproverandolo per le persecuzioni contro i cristiani. L'imperatore ne ordinò l'uccisione a bastonate. Il suo corpo venne gettato nella cloaca massima per cancellarne il ricordo ma, recuperato dai cristiani, fu sepolto nelle catacombe lungo la via Appia. La diffusione del culto, il Santo della peste Il culto di San Sebastiano è uno dei più diffusi e, nella Sardegna spagnola, assunse una connotazione drammatica attraverso tappe storiche precise: Nel Medioevo le pestilenze venivano associate metaforicamente a delle frecce invisibili scagliate dal cielo per punire gli uomini. Avendo, Sebastiano, sconfitto e superato il supplizio delle frecce, il popolo vide in lui lo scudo protettivo contro il contagio. San Sebastiano divenne così il Santo taumaturgo contro la peste; Nel XVI secolo, la Sardegna venne ciclicamente devastata da epidemie (come le ondate del 1522, del 1528 e la terribile peste del 1575-1577). Davanti all'impotenza della medicina dell'epoca, le comunità della Sardegna si affidarono totalmente al Santo militare. È in questo periodo di emergenza sanitaria che in molti paesi isolani si costruirono altari in suo onore, facendo voti solenni e, in molti casi, come probabilmente ad Arbus, arrivarono a dedicargli l'intera parrocchia come ringraziamento per aver salvato il paese dalla peste. 

 

DUE SOLDATI DI DIOCLEZIANO 
L'INCROCIO DEI DESTINI TRA FEDE E STORIA 
La storia e la devozione di Arbus ruotano attorno a due figure straordinariamente simili. Entrambi erano soldati romani di altissimo rango (Lussorio nella scorta del governatore in Sardegna, Sebastiano a capo dei pretoriani a Roma) che scelsero di "sabotare" l'Impero per proteggere i cristiani durante le persecuzioni di Diocleziano. Entrambi pronunciarono il fermo "sono cristiano", sopravvissero a un primo brutale martirio e vennero infine uccisi in un secondo momento. Tuttavia le loro figure si dividono nella geografia e nella percezione popolare: San Lussorio ("santu Luxori") è il Santo sardo, identitario e rurale. Divenne il custode della terra, dei raccolti, del bestiame, delle scadenze civili ed economiche e, infatti, la festa del 21 agosto coincideva con la chiusura dei contratti agrari e il pagamento dei debiti annuali; San Sebastiano è il Santo universale, amatissimo nel mondo spagnolo. Divenne per eccellenza il protettore contro la peste, poiché la devozione popolare associava le frecce del suo martirio alle frecce "invisibili" del contagio.

L'ENIGMA STORICO E URBANISTICO
Arbus ha vissuto un cambio di patronato avvolto nel mistero. Quando? Perché? Incrociando i documenti e le scoperte archeologiche emerse dalla piazza, è possibile ricostruire un quadro logico ed evidenziare le tappe di questo passaggio: Il nucleo originario (epoca giudicale). Il primo insediamento di Arbus nacque attorno ad una modesta chiesa medievale in stile romanico, come testimonia l'abside semicircolare. Questa era dedicata a San Lussorio, con annesso cimitero; Il documento del 1524 La visita pastorale rilevò un'unica parrocchiale dove oggi sorge San Sebastiano e, questa, era ancora intitolata a San Lussorio, ma ospitava già al suo interno un altare laterale dedicato a San Sebastiano; La peste del XVI secolo Nel corso del Cinquecento la Sardegna venne devastata da epidemie. Terrorizzata dal contagio, la comunità di Arbus, probabilmente strinse un "patto di sopravvivenza" con il grande Santo antipeste, san Sebastiano; Nel 1591 erano procuratori della chiesa Lorenzo Aru e Antioco Pittau, con il compito di reperire i fondi per la sostituzione del tetto in legno con una volta solida, quando la parrocchia era già intitolata a San Sebastiano. 


IPOTESI SUL PASSAGGIO 
DA UN PATRONO ALL'ALTRO 
Quando la peste bussò alle porte di Arbus nel corso del Cinquecento, la comunità avvertì il bisogno terapeutico di un "santo specialista". San Lussorio, l'antico custode giudicale, cedette così il passo d'onore a San Sebastiano. Non si trattò di un dispetto dei fedeli o di un oblio, ma di una scelta dettata dal terrore del contagio, che spinse il paese a cercare rifugio sotto lo scudo del più celebre protettore antipeste dell'Impero spagnolo. Per ragioni storiche e dinastiche san Sebastiano divenne uno dei santi più venerati in assoluto nella penisola iberica (basti pensare che una delle più importanti città dei Paesi Baschi porta il suo nome, "San Sebastían"). Quando la Sardegna entrò nell'orbita della Corona d'Aragona e poi del Regno di Spagna, proprio tra il Quattrocento e il Cinquecento, i governanti e i prelati spagnoli spinsero fortemente per la diffusione dei loro culti di riferimento. Sebastiano fu uno di questi. La memoria non muore. Tra la paura della peste e la burocrazia ecclesiastica spagnola, si impose san Sebastiano come patrono "ufficiale". Si può ipotizzare il passaggio del patrono nel periodo immediatamente successivo alla terribile peste del 1575-1577 o ad un'altra precedente. Il cuore profondo e civile di Arbus è rimasto legato a san Lussorio. Fino agli anni Settanta del Novecento, la festa di agosto, la più importante nella comunità, rievocava il fulcro della vita sociale del paese lasciando in eredità la bellissima e iconica frase che gli arburesi utilizzano ancora oggi per rimandare un pagamento: "A pagai a Santu Luxori". Un detto che, a ben guardare, non è solo un modo di dire, ma l'eco rimasto vivo di un accordo economico e sociale nato nel Medioevo.

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