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>Il dopoguerra è per tutta l'Italia foriera di risveglio economico e sociale. L'ondata di positività si irradia dal nord sino alla punta dello stivale, comprese le isole. Il trascorso fascista, anche a Guspini, ha costretto molti, per paura, per adattamento o per opportunità, ad essere fascisti o balilla, ma il dopoguerra spazza via questa pagina di storia per aprirsi alla pluralità politica, da tempo in embrione, già prima del termine della seconda guerra mondiale. Molti uomini e donne aderiscono liberamente alla lunga tradizione socialista e repubblicana, prima ancora che comunista. Infatti il 14 ottobre 1943, un anno dopo la visita di Mussolini, anche a Guspini si costituiva, con uomini di fede antifascista, il Comitato di Concentrazione Interpartitica. Vi confluirono tredici rappresentanti delle diverse anime politiche: Luigi Murgia (medico chirurgo); Cleto Ruggeri (commerciante), Severino Cocco (Sottotenente dei CC. RR in congedo), Peppino Lisci (fabbro), Peppino Cara (muratore), Tito Cadeddu (sarto), Angelo Ortu (bracciante); Giovannino Tuveri (agricoltore), Cesarino Agus (mutilato di guerra), Arturo Tuveri (meccanico), Massimo Agus (commerciante), Ottavio Frau (capo muratore); Severino Matta (minatore) con la sottoscrizione di 219 firme, tra cui anche quelle di Guglielmo Casti e Giuseppe Frau, prossimi iscritti al Pd'A con Severino Cocco.

La vivacità politica contagiò anche i minatori che nell'ottobre del 1945 costituirono la “Lega dei Minatori”, con sede in via Garibaldi. Nello stesso periodo nasceva anche il “Circolo Unione Donne Italiane”, con sede in via Roma 12, e il 21 febbraio 1948, in seno agli agricoltori, nasceva il “Comitato d'iniziativa per la Costituente Sarda della terra di Guspini”.
Le donne uscivano dalle mura domestiche con la nuova emancipazione, superando decisamente l'atavica cultura che le vedeva, specie durante la messa domenicale, separate dagli uomini e solo gli sguardi potevano incrociarsi, tanto che per una maggior vicinanza fra i sessi si ricorreva a “Su Paponincu”, una sorta di intermediario, il facilitatore matrimoniale, diremmo oggi.
Le donne guspinesi ormai lavoravano in miniera, nei campi, nel commercio e nell'artigianato. Numerose le sartine che lavoravano in proprio e non mancavano le tessitrici e le panificatrici. Sicuramente le più emancipate erano le sartine che lavoravano insieme agli uomini nei diversi “atelier” come quello di Antonino Garau, rinomata sartoria per uomo e donna; a lui si rivolgevano i tecnici della miniera di Montevecchiio, ma anche i facoltosi proprietari terrieri come i Floris, i Murgia, i medici Camoglio e Murgia, il notaio Saba. Atelier, che si ingrandivano con lo sviluppo economico e commerciale del momento. La nuova classe politica, professionale ed imprenditoriale, comprese le signore, anche se preferivano spesso rivolgersi a delle sartine che lavoravano a casa, non disdegnavano di commissionare alla sartoria Garau, almeno due abiti all'anno. Nell’atelier Garau vi hanno lavorato dalle venticinque alle trentapersone tra apprendisti e operai come Umberto Fanari, Mario Fanari, Orfeo Puddu, Giuseppe Manca, Gianluigi Usai, Fausto Lampis, Antonio Dessì, Silvio Floris, Gian Paolo Sanna, Evaristo Tuveri, Remigio Carta, Marco Puddu, Giuseppe Pinna, comprese diverse sartine. Alcuni apprendisti dopo appresa l'arte aprivano in proprio la sartoria, come Marco Puddu, Orfeo Puddu, Remigio Carta e Matteo Pittau. Nello stesso periodo operavano anche le sartorie di Tito Cadeddu e Tonino Pusceddu.

Il laboratorio sartoriale si espanse con un'importante gamma di tessuti con cui confezionare i propri abiti, integrati da un'ampia disponibilità di cravatte in seta. Il mondo artigianale era esteso e radicato, dalle sartorie alle botteghe di falegnameria come quelle di Ciccio Saba, Giovanni Tuveri, Tonino Spano, Francesco Virdis, Alfio Saba e Venanzio Serpi. Ma non mancavano i bravi costruttori di carri e calessi come i Ruggeri, Armando Cherchi, Silvio Ortu e i fabbri ferrai Efisio Cirina, Cesare Mandis, Mario Melis e Peppino Lisci, i bottai, i sellai, i meccanici, i muratori, i barbieri, i panettieri e torronai.
Molte di queste attività artigianali erano supportate da una buona rete commerciale con gli empori di stoffe di Enrichetto Sanna in via Mazzini, o quello di Pietrino Garau, dove si poteva trovare di tutto, compreso lo studio fotografico con sviluppo e stampa delle foto.
Guspini era una comunità vivace dovuta anche alla presenza di molti uomini e donne provenienti da diverse regioni d'Italia. Certamente questo fenomeno era dovuto alla vicina industria mineraria che aveva nel tempo attratto non poche famiglie e personaggi d'oltre mare a stabilirsi in paese. I giovani del tempo raccontano delle giovani bellezze guspinesi, forse rese tali anche da matrimoni misti tra sardi e continentali. Si era insinuato certamente il gusto del bello con il bel vestire dei signori e delle signore, ma era radicata anche la passione per la musica. Già Montevecchio disponeva di una sua banda musicale e di un teatro, così Guspini non era da meno, con la banda musicale e il teatro “Rinascita”. La musica, attraverso i solisti, si praticava in particolare nelle barberie, con bravi musicisti di violino, chitarra, mandolino e fisarmonica.
Non disdegnavano di suonare anche in gruppo ed allora gli si ritrovava nella “discoteca” ante litteram, del “veglione” di Caria, in via Grazia Deledda.

Erano molti i ballerini e le ballerine che ogni fine settimana si davano appuntamento in molte case private ed al veglione, sino a notte fonda. Si diffusero anche le feste in famiglia, ove i menestrelli del tempo allietavano gli incontri conviviali. Pranzi e cene a base di cacciagione, perché erano molti i guspinesi amanti della caccia. Durante l'inverno si preferiva stare in casa, ma appena arrivava la primavera ci si spostava con i carri ed i calessi nelle case di campagna e negli ovili. Erano importanti momenti di incontro fra i giovani e le giovani del paese, anche se perdurava la vecchia abitudine dei pranzi e cene conviviali per soli uomini.
Vi era un folto gruppo di giovani che movimentava la vita cittadina ed alla sera spesso li si ritrovava a giocare al bigliardo nel bar di Torquato Usai o di. Lampis. Nel frattempo cominciavano a diffondersi le auto, la prima fu la “Balilla” di Orazio Ruggeri, poi arrivarono la “Lancia” di dott. Murgia e di Mario Melis, ma a seguire ve ne furano altre, compresa la “Giulietta” di Nino Cirina, la più ambita, o il Fiat 1100 berlina, mentre le più diffuse, perché più economiche, erano la “Bianchina”, la “Multipla” e la 600. I giovani le consideravano uno “Status Symbol” del momento, utilizzate come oggi per far colpo sulle ragazze. Chi non poteva permettersi l'auto ripiegava sulla vespa o la lambretta, scorrazzando per il paese con la conquista del momento, seduta di traverso sul sellino posteriore. Naturalmente questo genere di emancipazione femminile scatenava una valanga di critiche sulle ragazze che accettavano un passaggio.
Ormai gli amori fra i giovani non avevano più bisogno de “Su Paponincu”, si ritrovavano anche quotidianamente alla sera nelle vie del paese e si amoreggiava di nascosto negli angoli bui. Ancora oggi qualcuno ricorda la piccola casa in via Martini, dove ci si poteva “amoreggiare”, verificando prima non fosse già occupata, aprendo con attenzione la porta sempre socchiusa. Ma la presenza di forestieri che avevano a che fare con la miniera, commerciarti, imprenditori, artigiani e molti tecnici che soggiornavano nell'albergo Fanni e nella trattoria – albergo, di fronte al municipio, rendeva il centro di Guspini interessante per quell'imprenditore che aveva deciso di investire nella costruzione di una casa di tolleranza, in via Santa Maria, fronte Mitza Santa Maria, di cui si conserva ancora l'ingresso, sormontato dal balconcino in ferro, in stile liberty. Investimento non andato a buon fine perché, pur avendo già eretto parte delle mura in granito e realizzato parte delle scale, con la fornitura dei preziosi marmi, venne bloccato dalla promulgazione della legge Merlin, nel febbraio del 1958.
Tarcisio Agus© Riproduzione riservata