Anche la Sardegna è zona sismica, ci mancava solo questo


di  Francesco Diana
Il recente convegno riguardante il rischio idrogeologico tra frane e terremoti, svoltosi a Nuoro nel mese di Gennaio u.s. ha riproposto, se ancora ce ne fosse il bisogno, il potenziale rischio di terremoti anche in Sardegna, nonostante le convinzioni popolari tramandate di generazione in generazione, che ritenevano l’isola esente da movimenti tellurici di rilievo. A onor del vero anche la Regione Sardegna, in recepimento dell’Ordinanza P.C.M. 3274 del 20 marzo 2003, attinente alla classificazione sismica dei territori nazionali, con propria Deliberazione 15/31 del 30 marzo 2004, decretava l’inserimento di tutti i comuni della Sardegna nella “Zona Sismica 4”, quella a limitato rischio sismico. Anche la Sardegna, quindi, che per radicata concezione popolare ne era esente in virtù dell’origine e della natura del suo sottosuolo, non può considerarsi esente da possibili manifestazioni sismiche, contrariamente a quanto sostenuto da Alberto Ferrero della Marmora (1789-1863), noto generale, cartografo, naturalista e politico italiano, nel suo libro “Voyage en Sardaigne” edito nel 1826. Secondo quanto pubblicato dall’INGV-Terremoti, l’autore sosteneva che la Sardegna, «benché vicina alla Sicilia, alle isole Lipari e a quella parte del territorio italiano in cui la terra si scuote spesso e minaccia di abissare gli abitanti, la Sardaigne n’est pas sujette aux tremblements dé terre», non era soggetta a terremoti.  I fatti accaduti in tempi recenti, ma anche in epoca remota, hanno invece dimostrato il contrario. Tuttavia tali eventi, per frequenza e intensità, costituiscono un rischio molto più limitato rispetto alla stragrande maggioranza delle restanti regioni dell’Italia. Ciò deriva dal fatto che dal punto di vista geologico, la Sardegna poggerebbe, al pari della Corsica, su una solida placca granitica la cui origine risalirebbe a circa 18 milioni di anni orsono. Secondo l’Istituto di Geofisica, il blocco sardo-corso è tra i più antichi e stabili dell’area del Mediterraneo. Ciò, tuttavia, non hanno reso la Sardegna immune da fenomeni tellurici a causa degli scivolamenti di dette placche, fenomeni che, come detto, risalgono anche a tempi assai remoti, durante i quali l’assenza di adeguate strumentazioni non ha consentito di rilevarne l’entità e la durata. Fonti storiche parlano di reiterati fenomeni tellurici avvenuti in Sardegna in tempi remoti, quali quelli del 1616, 1617, 1771, 1835 e 1887. Di particolare rilevanza quello registrato a Cagliari il 4 giugno del 1616, riportato nella lapide di una Chiesa di Cagliari con l’epigrafe: “A 4 iuny o al largo delle sue coste terremoctus factus est 1616”. Secondo la testimonianza del Priore di Selargius: «sembrava che la terra, al pari delle persone, tremasse al punto da far cadere le case»; altrettanto sosteneva in riferimento al successivo terremoto del 24 giugno del 1617, in occasione della festività di San Giovanni. Negli ultimi decenni, secondo quanto pubblicato dall’INGV, sono stati diversi e non assolutamente trascurabili i terremoti localizzati in Sardegna, come ad esempio quello del 18 giugno 1970, di magnitudo 4,8, localizzato nel mare di Sardegna a qualche decina di chilometri a nord di Porto Torres, ma avvertito in modo sensibile in tutto il territorio dell’isola. Altrettanto importante quello del 28 Agosto 1977, di magnitudo 5,4, localizzato in mare a un centinaio di chilometri da Carloforte ma avvertito anche in tutta la Sardegna meridionale e a Cagliari, in particolare, attribuito all’attività del vulcano sottomarino “Quirino”. Più recentemente il movimento tellurico del 26 Aprile 2000, localizzato nel Tirreno centrale ma avvertito in quasi tutta l’isola, particolarmente a Olbia e Posada. Tale situazione ha consigliato d’inserire anche la Sardegna fra le zone sismiche d’Italia, anche se in “Zona 4” considerata a basso rischio tellurico. Per quanto ci riguarda, seppure egoisticamente e forse anche per scaramanzia, siamo propensi a sposare la tesi di Alberto Ferrero della Marmora e quella dei nostri antenati, sperando che i futuri movimenti tellurici, semmai dovessero verificarsi, continuino a essere localizzati in mare aperto senza procurare danni alla stimata e meravigliosa terra di Sardegna. Per quanto esposto vogliamo continuare a pensare in positivo, sperando che ci sia sempre il mare a proteggere la Sardegna; che le acque termali che sgorgano a Sardara o altrove, continuino a rappresentare una fonte inesauribile di benessere per la comunità intera, e non realistici scenari di vulcani sopiti e potenzialmente soggetti a risveglio; che il sottosuolo della Sardegna sia ormai definitivamente assestato. Tuttavia non intendiamo in alcun modo sconfessare quanto la scienza propone, che ha portato alla nuova classificazione del territorio isolano dal punto di vista sismico, ma una riflessione in proposito ci porta a dedurre: a) che la nuova classificazione contribuisca a far recedere il mondo politico dall’intenzione ancora fumosa di stoccare in Sardegna le scorie radioattive nazionali o che faccia cambiare all’astrofisica Hack, che riteneva la Sardegna l’unica regione adatta ad accogliere le centrali nucleari per l’assenza di rischio sismico; b) che la nuova classificazione del territorio, porterà sicuramente ad un inasprimento delle norme burocratiche nel settore edilizio, con conseguente incremento dei costi di costruzione a carico dei cittadini. Siamo convinti che, nonostante l’inserimento in “Zona 4” a basso rischio, le misure antisismiche da adottare per le nuove costruzioni, differiranno ben poco da quelle già in uso nelle restanti regioni.

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