Allarme lanciato dalla dottoressa Stefania Esu: “Attenzione ai cibi contenenti farina di fave”


Compri pane confezionato da una casa produttrice nazionale ma non sai però che gli ingredienti contengono farina di fave. Un particolare, forse, irrilevante per i milioni di consumatori italiani,  ma certamente non di poco conto per quelli sardi tra i quali, appunto, la percentuale considerevole di fabici messa a serio rischio di crisi emolitiche. «Ai miei pazienti consiglio ogni volta di leggere gli ingredienti degli elementi che consumano e raccomando di assumere sempre meno prodotti industriali dove sono presenti innumerevoli sostanze additive  o allergizzanti», avverte Stefania Esu, 43 anni, allergologa e immunologa che opera ad Assemini e nel cagliaritano, «ma in questo caso è doveroso segnalare a tutti, soprattutto ai sardi, la presenza addirittura di farina di fave in un prodotto alimentare di largo consumo». Per questo, «ho già avvisato l’azienda de Il Mulino Bianco di questa grave “leggerezza” che potrebbe comportare reazioni anche gravi ai soggetti con G6PD carente, ossia fabici». Un problema neanche isolato perché,  «dopo una rapida indagine, anche altre aziende utilizzano per panificare o produrre dolci proprio la farina di fave». Una scelta che potrebbe spiegare le tante crisi dei fabici che pure si sono attenuti alle ferree regola di non consumare  fave e favette. Tutto dipenderebbe dal fatto che, «non essendo considerata la farina di fave un “allergene”, non vi è dunque obbligo di segnalazione particolare»,  sottolinea ancora il medico specialista Stefania Esu, «Io credo però che, leggi a parte, le aziende dovrebbero evitare totalmente l’utilizzo di tali farine per produrre i loro alimenti in quanto una reazione emolitica in un fabico può essere fatale. Altro che pericolosità data dall’utilizzo negli alimenti dell’olio di palma!». La farina di fave sarebbe presente anche in diversi pani per tramezzini: magari si prende un panino, un tramezzino o un toast al bar e questo può contenere farina di fave. Sarebbe necessario dunque chiedere sempre la lista completa degli ingredienti e non solo degli allergeni visto come, appunto, tale farina di fava non è inclusa nella lista. La segnalazione partita da Assemini è giunta fino ai vertici dell’azienda de Il Mulino Bianco. Ed ecco la risposta fornita dall’azienda direttamente a Stefania Esu: «capiamo la sensibilità del tema e ti rassicuriamo sul fatto che non c’è nulla che facciamo per non dichiarare l’utilizzo di tale ingrediente secondo le regole. Quanto dichiarato sulle nostre confezioni, infatti, è strettamente guidato dai regolamenti: per l'EU le fave non sono un allergene. Ne consegue che la farina di fave, in lista ingredienti,  non può essere evidenziata con un diverso carattere (grassetto), tantomeno potremmo apporre una dichiarazione sul contenuto di tale ingrediente. Questo, infatti, metterebbe l’ingrediente sullo stesso piano di altri per i quali l’Unione Europea ha stabilito lo status di allergeni e con ciò la regola di evidenziarli scrivendoli in grassetto appunto. Ciò creerebbe confusione nei consumatori e per questo potremmo anche essere sanzionati. La lista degli allergeni in EU è riportata nel Regolamento 1169/2011 (allegato II): tale lista è stata elaborata dall’Unione Europea sulla base delle correnti conoscenze scientifiche, vagliate da EFSA (European Food Safety Authority) e allo stato attuale le fave non sono considerate come sostanze allergeniche dalle Autorità. Siamo a conoscenza degli effetti che potrebbero generare sulle persone affette da tale intolleranza: l’accortezza che raccomandiamo per chi la manifesta è quella di leggere attentamente la lista ingredienti dei prodotti che consuma».  Una risposta che non ha soddisfatto l’allergologa e immunologa Stefania Esu. «Il fatto di attenersi alle leggi dell’Unione europea che non riconosce le fave come sostanze che danno allergia non risolve il problema che pure esiste ed è grave». Per questo Stefania Esu ha contattato «anche il Ministro della salute Grillo, Giulia Moi,  e un altro europarlamentare ma non ho avuto risposta». La risposta finora ricevuta dall’azienda produttrice non rassicura affatto. «Il problema è piuttosto grave per il fatto che un fabico solitamente si informa sulla composizione di zuppe, minestroni, passati e sui farmaci ma mai si sognerebbe di chiedere se ci sono “fave” nel pane o nei dolci».  sottolinea ancora Esu,  «e ho scoperto anche come la farina di fave non viene utilizzata soltanto dall’industria alimentare per fare pane confezionato ma anche da diversi panificatori e pasticceri». Un rischio aggiunto. «Nessuno penserebbe mai di chiedere se il pane che ti servono in ristorante o al bar contenga fave»,  sottolinea l’immunologa,  «e alcuni miei conoscenti “fabici” nella loro vita hanno avuto delle strane crisi emolitiche senza aver ingerito fave o assunto farmaci. Ma magari ad una festa di compleanno hanno mangiato dei tramezzini o dei toast». Gian Luigi Pala

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