Nell’epoca in cui la nostra agricoltura è ridotta ai minimi termini per via della globalizzazione dei mercati e della persistente crisi economica, fa quasi tenerezza riportare alla mente certi ricordi appartenuti a un passato abbastanza remoto, quando ancora agricoltura e pastorizia costituivano l’occupazione principale, assicurando agli addetti e alle loro famiglie, condizioni di vita certamente umili, ma nel complesso decorose. Le principali coltivazioni praticate nei terreni seminativi, erano in genere rappresentate dai cereali e dalle leguminose, generalmente identificati col termine antico di “Su lòri”, per distinguerle dalle coltivazioni arboree, cui era attribuito il nome generico di “Su mattèdu”, termine dal quale sarebbe derivato “mattài”, consistente nell’operazione preliminare riguardante l’eliminazione della grossa vegetazione spontanea, eseguita prima del dissodamento o dello scasso, nel caso d’impianti arborei. I cereali più importanti, che nelle rotazioni agrarie di quei tempi seguivano sempre le leguminose, erano rappresentati in larga misura dal grano duro, dall’orzo e dall’avena; gli ultimi due quasi esclusivamente utilizzati per l’alimentazione del bestiame, con qualche diversificazione riguardante l’orzo, usato in tempi di magra, tostato e macinato, per la preparazione del caffè. L’orzo e l’avena potevano essere utilizzate anche allo stato fresco durante il periodo primaverile, col termine indicativo di “forràina”, per variare il tipo di alimentazione del bestiame. Per quanto concerne la coltura principale, ossia il grano, appare superfluo citare la miriade di varietà coltivate poiché abbastanza note; riteniamo perciò ricordare solo le più importanti varietà di quei tempi, quali: “Su trigu murru” e “Il cappélli”. [caption id="attachment_50874" align="alignleft" width="400"]
Tittiaca Cytinus hypocistis[/caption]
Le principali avversità atmosferiche capaci di arrecare danno alla coltura erano “su bent’è sobi”, che poteva originare “sa conca morta” o i venti impetuosi che, uniti alle piogge abbondanti, potevano causare “su trigu allettiau”, o ancora qualche crittogama come “s’arrùngia”, ovvero la “Puccinia graminis” che aggredisce le guaine fogliari. Più importanti, invece, i danni provocati da insetti come “su bremi”, capace di recidere al colletto la giovane piantina o “su crugullòni” (“Pitophilus granarius” o “calandra del grano”), il punteruolo che si ciba del grano fin dalla spagliatura; caratteristica la lotta empirica di quei tempi, consistente nell’immergere all’interno della massa di granaglie in magazzeno alcuni bulbi o teste di “scruìdda” (Scilla - “Urginea maritima”, conosciuto anche come “cibudda de colorus”. Altrettanto importanti, infine, alcune gravi alterazione della specie dovute a cause naturali, come “su dent’è cani” (spighe con due sole file di cariossidi, peraltro misere e raggrinzite), “su bianconàu” (bianconatura = alterazione dell’endosperma dei frumenti duri che ne deprezza la qualità), “su trigu allampaiàu” (essiccamento precoce causato dal sole di giugno).
Per quanto concerne la coltivazione delle leguminose, quali in genere fave, ceci, piselli e lenticchie, le produzioni in granella potevano essere utilizzate in parte per l’alimentazione degli animali “sa brovènda” (per il bestiame da lavoro) e in parte destinate al consumo umano (costituivano, con le varianti originate dalla fantasia delle bravissime massaie, una costante nel menù quotidiano dell’epoca). Detti legumi, in modo particolare le fave, erano suddivisi in “loris cumùnus”, da destinare al bestiame, e “loris coxibis” utilizzati per il consumo umano, così denominati poiché caratterizzati da momenti di cottura assai limitati e completi. Tale caratteristica, che in passato ha originato momenti di ilarità fra i produttori, ai quali qualche sprovveduto chiedeva espressamente il seme per la riproduzione della varietà “coxibi”, ignorando che tale particolarità non discende dalle caratteristiche proprie della varietà coltivata, bensì da quelle del terreno in cui vegeta, oltre che dai sistemi colturali adottati.
È bene precisare che la nomenclatura “lori” non comprendeva il fagiolo, considerato un ortiva anche se utilizzato allo stato secco.
Per questioni di spazio, ometteremo le descrizioni riguardanti le altre graminacee e tutte le leguminose, per dedicare più attenzione alla vegetazione spontanea e alle erbe infestanti, la cui denominazione potrebbe scomparire dal linguaggio delle nuove generazioni.
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Scruidda Urginea marittima[/caption]
La macchia mediterranea, quasi sparita dalle estese pianure dell’isola, è ancora presente in Marmilla. Prescindendo dalla vegetazione d’alto fusto, quale “ixibi”(quercia – Quercus ilex), “ciuerxìu” (roverella = Quercus lanuginosa), “tasuru” (erica = Rhamanus Alaternus ), “ollastu” (olivastro= Olea oleaster), abbastanza nota anche al profano, intendiamo richiamare più dettagliatamente la vegetazione bassa con portamento cespuglioso, definito a “mobas”. Fra queste meritano citazione: “sa moddìtzi” (lentischio= Pistacia lentiscus), abbastanza diffusa nel nostro territorio perché capace di assolvere la triplice funzione di chiudenda, legna da ardere e approvvigionamento di un olio chiamato “oll’è stincu”; “su mudegu” (cisto = Cistus Salvifolius), prevalentemente usato in fascine per la cottura del pane, ma noto anche per l’omonimo porcino che produce; “s’oiòni”(corbezzolo = Arbutus Unedo), “sa murta” (mirto = Mjrtus comunis), “su cruccuri e su cannisoni” (ampelodesma = Ampelodesma mauritanica + Arundo Phragmites), “su cardillòni” (asfodelo= Asphodelus ramosus), “sa prunixedda arèsti”(susino selvatico = Prunus spinosa), “su sparàu dè sartu” (asparago= Asparagus acutifolius), “sa lùa” (euforbia = Euphorbia Characias), “sa feùrra” (ferula = Ferula comunis o nodiflora), “sa nerbiàzza” (spazzaforno = Thimelaea hirsuta).
Per quanto concerne le erbe infestanti, riteniamo degne di citazione, poiché abbastanza diffuse nei nostri territori: “sa giccòria” (cicoria selvatica = Hypochaeris cretensis), “s’ambuàzza” (rafano selvatico-“Raphanus raphanistrum”), “su mattuzzu” (crescione = Nasturtium officinale), “ su cadumbu” (verbasco – “Verrìbascum plantagineum”, “su sessi” (cipero-“Cyperus longus”), “su giuncu” (giunco = Juncus acutus), “su cabìscu” (senape selvatica – “Sinapis arvensis”), “sa spizzuafùa” (ortica = Urtica dioica), “su pis’è cabòru” (cicerchia = Lathyrus annuus), “su cannaiòi” (gramigna = Cynodon Dactylon), “su caragànzu” (la margherita dei prati = Chrisanthemum coronarium), “sa narbèdda” (malva = Lavatera cretica), “sa scruìdda” (cipolla selvatica, già citata come cura empirica contro il punteruolo del grano =Urginea Marittima).
Molti termini citati, benché appartenuti a un passato abbastanza remoto, fanno ancora parte del linguaggio comune proprio del settore agro-pastorale, ma non si sa per quanto tempo ancora. Fa sorridere l’idea che gli stessi, in un futuro non molto lontano, possano essere adottati dalle nuove generazioni nella versione in lingua inglese!
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