“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. L’articolo 1 sottolinea la centralità del diritto al lavoro. In quella norma, però, i Padri Costituenti scelsero anche di riferirsi all’Italia anziché allo “Stato italiano”. Una differenza non da poco, dettata dalla volontà di richiamare il processo di unificazione nazionale e considerare la libertà riconquistata come un nuovo Risorgimento per il Paese. Da questo deriva anche l’indivisibilità dello Stato. E non è un caso che proprio “Stato” sia il termine usato negli articoli successivi per indicare gli organi centrali dell’apparato statale cui è riconosciuta personalità giuridica; mentre con “Repubblica” si definiscono tutte le istituzioni pubbliche incluse quelle locali.
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. L’Articolo 2 ha un altissimo valore politico e morale: l’aggettivo “inviolabile” accompagna i diritti fondamentali; “inderogabili” sono i doveri. I Padri Costituenti parlano di solidarietà, non di carità o pietà; fanno riferimento all’uomo, come essere umano, invece che al cittadino, e il richiamo ai diritti include anche quello di una vita dignitosa; tutte scelte non casuali.
In tempi come quelli attuali, segnati dalla rozza volgarità di certa classe politica, la lettura attenta della Costituzione può essere un segno di speranza per il futuro, uno strumento per rilanciare la possibilità di costruire un Paese più giusto, più equo e più sostenibile all’insegna della riaffermazione e della riscoperta più autentica dei valori di libertà, democrazia e giustizia sociale. (w. t.)
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