di Marcello Atzeni
Ieri una marea di persone ha sfilato per le vie di Cagliari per protestare pacificamente contro la violenza che continua a colpire medici, infermieri e operatori socio sanitari. Il caso della psichiatra Barbara Capovani, ammazzata nei giorni scorsi a Pisa, ha fatto sì che la classe medica, unita agli Ordini professionali delle altre figure sociosanitarie e ad Associazioni di Volontariato che ad essa di raccordano, manifestassero per fare arrivare ai piani alti, il loro lamento e la loro preoccupazione per una situazione divenuta ingestibile e non da oggi.
La manifestazione è stata organizzata all’interno del Dipartimento di Salute Mentale e delle Dipendenze della ASL Cagliari con la Clinica Psichiatrica Universitaria di Cagliari da una squadra di psichiatri che hanno elaborato e condiviso un documento. In testa la Dottoressa Graziella Boi, direttore del DSMD e il Prof. Bernardo Carpiniello, direttore della Clinica psichiatrica dell’Università di Cagliari, assieme ai colleghi Augusto Contu, Alessandra Piras, Annadele Pes e Federica Pinna.
“ Vogliamo qui oggi esprimere tutto il nostro cordoglio e la nostra vicinanza alla famiglia di Barbara, ma anche testimoniare il nostro disagio per una situazione divenuta ormai insostenibile, non solo come operatori della salute mentale, ma anche a nome di tutti gli operatori sanitari e sociosanitari che hanno aderito a questa manifestazione”, si legge nel documento passato alla stampa.
E ancora “La misura è colma. Troppa violenza, troppo incomprensibile e inaccettabile astio nei nostri confronti, in quanto operatori della salute.
I dati ufficiali dell’Inail riportano che nel solo triennio 2019-2021, 4mila e ottocento operatori sanitari sono stati oggetto di violenza, circa milleseicento all’anno. I dati ufficiali riguardano solo i casi più gravi, per un’ aggressione subita ce ne sono state almeno altre venticinque non denunciate.” Dati inequivocabili e allarmanti.
“Un terzo delle violenze riguarda gli operatori della salute mentale.
L’equazione disturbo mentale uguale violenza è un errore, perché non esiste una intrinseca relazione fra aggressività e disturbi mentali. In certi casi il rischio di comportamenti violenti esiste e non può essere negato o sottovalutato, richiedendo quindi misure specifiche a garanzia di una maggiore sicurezza dei lavoratori ovunque, nei centri di salute mentale, nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura, nei servizi per le dipendenze.
Immaginare che gli operatori della salute mentale, possano gestire da soli qualsiasi situazione di violenza è semplicemente falso, intellettualmente disonesto, oltre che manifestamente irrazionale.
La legge 113/2020 contro la violenza verso gli operatori sanitari ha previsto l’adozione di protocolli di intervento con le forze dell’ordine per garantire la nostra sicurezza. Noi chiediamo che questi protocolli, sino ad oggi rimasti lettera morta in gran parte d’Italia, vengano immediatamente attuati.”
La misura è inderogabile, tenendo conto del fatto che una della maggiori criticità attuali, è data dall’obbligo dei “Dipartimenti di salute mentale” di farsi carico sempre più frequentemente di pazienti la cui gestione finisce per gravare su servizi che hanno un personale sempre più esiguo per poter fornire risposte adeguate alla complessità di tali casi.
Assicurare una reale sicurezza a noi operatori, comunque non esaurisce i molteplici problemi da affrontare.” Poi il documento tocca un tasto, una questione sempre attuale:
“La storia non può tornare indietro, l’epoca dei manicomi è sorpassata. Ci opporremo ad ogni tentativo di tornare al passato e smantellare il sistema di salute mentale di comunità faticosamente costruito negli ultimi quarant’anni, che costituisce un modello di riferimento a livello internazionale e un vanto della nostra sanità pubblica.
Il nostro lavoro è fondato sulla relazione terapeutica, che non richiede investimenti in alta tecnologia ma la presenza di un capitale umano costituito da operatori formati e motivati.
Da anni andiamo denunciando il costante e progressivo depauperamento del sistema pubblico della salute mentale in termini di riduzione costante degli organici, ormai ridotti circa a un terzo e la carenza , talora fatiscenza delle strutture.
Tutto questo ha fondamentalmente una causa che sta a monte di tutto: la scarsa attenzione per la salute mentale, considerata di fatto la “Cenerentola” della sanità pubblica, da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi quaranta anni e oltre, indipendentemente dal loro colore politico.
Ne è prova il costante definanziamento della salute mentale, alla quale lo stato italiano da anni devolve mediamente circa il tre e mezzo per cento delle spese sanitarie, dato che pone l’Italia al ventunesimo posto su ventitré nazioni censite dall’Ocse( Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico), lontana dunque anni luce da paesi come Francia e Norvegia, che investono oltre il tredici- quindici per cento , e ben al di sotto non solo del dieci per cento che l’Oms indica per i paesi ad alto reddito, ma anche del cinque per cento previsto per i paesi in via di sviluppo.
È indispensabile dunque portare subito lo stanziamento per la salute mentale ad almeno il cinque per cento della spesa sanitaria, se si vuole salvare questo sistema, garantendo davvero alla nazione un sistema pubblico capace di dare reali risposte ai bisogni di salute mentale della popolazione.” Così si chiude il documento.
Una relazione molto chiara che invoca subito una presa di posizione, meglio un aiuto massiccio da parte del governo centrale e anche da parte di quello regionale. La manifestazione di ieri, non i soliti quattro gatti, ma a occhio e croce, circa duemila persone, è un sintomo di un malessere diffuso di cui non si può non tenere conto. Se davvero si vuole evitare lo scollamento definitivo e totale tra politica e cittadini, si deve necessariamente partire da qui.
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